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di Guido Landolina

 

(Prima parte di tre)

I Vangeli: mito o storia? I ‘dottori del cavillo’ 1

  La Tradizione –  leggo nella Introduzione in una vecchia ma ben tradotta Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline (1968) che io sto qui utilizzando – attribuisce a Matteo il Vangelo più ‘antico’, a Marco quello successivo, a Luca il terzo e a Giovanni l’ultimo, ma solo alla fine del primo secolo d.C..
Per quanto concerne la data di compilazione dei Vangeli, alcuni autorevoli critici ‘razionalisti’ hanno invece cercato di smontare la loro attendibilità storica riconducendola ad una creatività mitizzante delle prime comunità cristiane.
Conseguentemente, poiché doveva esserci materialmente il tempo che il ‘mito’ si creasse e si diffondesse, era necessario ipotizzare un periodo congruo di tempo perché il mito si formasse – diciamo un duecento  anni, per starci dentro bene – periodo dopo il quale i primi vangeli, secondo questi critici,  avrebbero potuto essere scritti senza che a quel punto nessuno ne potesse più sostenere la non veridicità, essendo ormai morti da un bel pezzo tutti i ‘testimoni’ oculari che avrebbero potuto farlo.

  Per questi critici le stesse testimonianze di ‘storicità’ rese dalla Tradizione sono da considerare poco ‘storiche’, per non dire fortemente ‘sospette’.
Gesù aveva però detto che anche le pietre avrebbero parlato, ed infatti l’archeologia di questi nostri ultimi cinquantanni ha dato una mano robusta – con le sue scoperte – alla retrodatazione dei vangeli ad un’epoca di poco successiva alla predicazione di Gesù e contemporanea alla stessa attività apostolica, fatto questo che rende i vangeli non solo ‘storici’ ma anche altamente attendibili, non essendo immaginabile che venissero divulgati vangeli con falsi episodi della vita di Gesù mentre così tanti testimoni e anche tanti nemici erano ancora in vita.

  A Qumràn, sopra il Mar Morto, vi era un monastero di una comunità di esseni, comunità che venne distrutta in occasione della guerra giudaica fra il 66 e 70 d.C. che portò alla distruzione di Gerusalemme dopo l’assedio da parte romana.
I monaci nascosero in recipienti sigillati, in fondo a delle grotte, la loro biblioteca, forse nella speranza di recuperarla in tempi migliori.
L’immane carneficina di quella guerra (lo storico ebreo contemporaneo Giuseppe Flavio, ufficiale delle truppe ebraiche, catturato e poi graziato) parla di oltre un milione di morti nella sola Gerusalemme) rese presumibilmente impossibile il recupero successivo se non…quasi duemila anni dopo, a seguito di un ritrovamento fortuito da parte di un pastore beduino.
Quando gli archeologi scoprirono nel 1947 – in vendita presso degli antiquari – dei rotoli antichissimi poi identificati come appartenenti alla biblioteca degli esseni, ne venne individuata la provenienza.
Nel 1955 venne setacciata la grotta 7 dove venne trovato un frammento di papiro (sigla7Q5) che successivamente fu identificato da Padre Josè O’ Callaghan del Pontificio Istituto Biblico di Roma come appartenente al Cap. 6° del Vangelo di Marco, reperto che quindi permetteva di concludere non solo che detto vangelo era certamente anteriore all’anno 70 ma che anzi doveva essere ancora più antico. Racconta infatti al proposito Vittorio Messori in ‘Patì sotto Ponzio Pilato?’  che tutti i papirologi, in base al tipo di scrittura e ad altre particolarità, avevano datato quel brandello (dal contenuto per loro ancora sconosciuto) attorno all’anno 50 d.C..

  Questo fatto significava che l’intervallo di tempo tra la morte di Gesù e la stesura  di almeno un primo vangelo nel testo definitivo che noi ancora conosciamo e usiamo, era stato assai più breve di quanto non ipotizzasse la stragrande maggioranza degli specialisti i quali davano come cosa assolutamente certa che la redazione definitiva dei vangeli fosse stata preceduta da un lungo periodo di tradizione orale.
Questi tempi – osserva Messori – potrebbero essere ancora più stretti, e cioè ancora più vicini alla predicazione di Gesù – se avessero ragione quegli studiosi che sostengono che il greco dei sinottici è a sua volta una traduzione di un originale semitico.

  Non è mia intenzione entrare troppo nei particolari essendo – questa – una materia da veri specialisti,  ma – visto che stiamo parlando dei ‘sinottici’ e di una loro possibile traduzione in greco da un originario precedente testo semitico, fatto che li renderebbe del tutto ‘storici’ e del tutto ‘affidabili’ – non sarà male parlare anche di Jean Carmignac, prete e biblista parigino, e della sua scoperta sui reperti di Qumràn di cui egli dette notizia nel suo lavoro ‘La naissance des èvangiles synoptiques’.
Ne parla Messori nella sua ‘Inchiesta sul Cristianesimo’ (SEI, 1987).
Ebraista, esperto conoscitore delle lingue dell’Antico Testamento, dopo aver studiato a Roma conquistandovi lauree e diplomi, Jean Carmignac venne inviato prima a Parigi e poi, nel ‘54 – avendo vinto una borsa di studio – in Israele dove ebbe il primo contatto con i manoscritti della comunità essena che erano stati da pochi anni scoperti sul mar Morto.
Per l’ebraista l’approccio al linguaggio semitico di Qumràn fu ricco di novità e di sorprese. Egli ne sarebbe diventato uno dei maggiori esperti mondiali, divenendo altresì fondatore e redattore della ‘Revue de Qumràn’, il solo giornale ad altissimo livello che si occupava in modo esclusivo di quei testi emersi dopo duemila anni.

  Parlando di una sua intervista con Carmignac – di lui – così scrive Messori ( i grassetti sono sempre i miei):

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   Dalle Scritture ebraiche del Mar Morto ai vangeli e alla loro origine semita: fu una svolta avvenuta nel 1963 e da allora portata avanti con determinazione, sino alla morte, quasi venticinque anni dopo.  Mi raccontò come erano andate le cose:
   «Ho cominciato come per caso a occuparmi della formazione dei vangeli.  Traducendo i testi di Qumrán, incontravo molti rapporti con il Nuovo Testamento e ho pensato che avrei potuto ricavarne un commento alla luce dei documenti del Mar Morto.  Ho deciso di cominciare con il vangelo di Marco e, per mio uso personale, ho voluto vedere quale suono desse tradotto nell’ebraico di Qumrán.

  E qui cominciarono le sorprese: immaginavo che una simile traduzione sarebbe stata molto difficile a causa delle differenze considerevoli tra il pensiero semita e quello greco. E invece ho scoperto subito, stupefatto, che la traduzione si rivelava estremamente facile.  Dopo un solo giorno di lavoro – era l’aprile del ’63 – ero già convinto che il testo di Marco non poteva essere stato redatto in greco: doveva essere, in realtà, la traduzione greca di un originale ebraico.  Le grandi difficoltà che mi aspettavo erano state tutte risolte dal traduttore ebreo-greco che aveva trasposto parola per parola, conservando persino l’ordine dei termini richiesto dalla grammatica ebraica. 

  Insomma: Più avanzavo nel lavoro, e più prima in Marco e poi in Matteo – scoprivo che il corpo visibile del testo era in greco ma l’anima invisibile era semitica, senza possibilità di dubbio».
   Nella conclusione del suo libretto – vero sasso gettato nello stagno dell’esegesi biblica moderna – Carmignac riassunse in otto punti quelli che definiva «i risultati provvisori di vent’anni di ricerca sulla formazione dei vangeli sinottici».  Le parole sono misurate, i gradi di probabilità attentamente graduati: «Primo: è certo che Marco, Matteo e i documenti utilizzati da Luca sono stati redatti in una lingua semitica».  Segue un secondo punto: «è probabile che questa lingua semitica sia l’ebraico piuttosto che l’aramaico».  Punto tre: «E’ abbastanza probabile che il vangelo di Marco sia stato composto in lingua semitica dallo stesso apostolo Pietro».
   L’importanza di queste affermazioni (pacate ma fondate su due decenni di lavoro) non sfugge agli esperti.  I quali sanno bene che già Erasmo da Rotterdam, nel Cinquecento, avanzava l’ipotesi che dietro il testo greco dei tre primi vangeli – i “sinottici” – stesse un originale ebraico.  Poi, però, questa ipotesi fu ricacciata tra quelle inammissibili dalla critica illuminista (indi razionalista, positivista, storicista) che dal Settecento sino ad oggi ha dominato il campo della cosiddetta “incredulità” ed è alla fine penetrata anche tra molti studiosi cristiani; prima protestanti ma, da qualche tempo, anche cattolici. 

  Carmignac rifiutava di fare nomi, di aprire polemiche: voleva che fossero i fatti a parlare per lui. Dalle sue parole, però (e dalle esplicite accuse di un altro francese, Claude Tresmontant, che era giunto in quei mesi, seppure per altra via, alle sue stesse conclusioni che aveva esposto anche lui in un libro, ‘Le Christ hébreu’ si comprendeva bene quanto gli studi sul Nuovo Testamento fossero, per lui, dominati da pregiudizi non scientifici.
   Si parte assai spesso, mi diceva, da alcuni ferrei presupposti: «I vangeli devono essere composizioni tardive, testi nei quali sono confluite tali e tante preoccupazioni e aggiustamenti della comunità primitiva da rendere praticamente impossibile rintracciarvi la voce autentica del Gesù che predicava in Palestina».  Continuava, elencando altri pregiudizi “non scientifici”: «I vangeli devono essere compresi partendo innanzitutto dalla cultura ellenistica e quindi devono essere stati composti in greco».  Ancora: «I vangeli devono essere il risultato di una lunga, oscura preistoria orale anche perché in essi, ad ogni pagina, esplode, il soprannaturale, il prodigioso: ora, visto che il miracolo è impossibile per la visione razionalistica del mondo, che non è comunque accettabile dalla mentalità di tanti intellettuali moderni, bisogna presupporre un tempo adeguato perché la “leggenda” cristiana possa formarsi, coagularsi nei testi evangelici, sotto l’influsso anche delle religioni misteriche giunte dall’Oriente nell’Impero romano».
   E’ con a priori del genere che, faceva capire Carmignac, continua a lavorare tanta critica biblica, quella stessa che magari occupa le cattedre delle università e che domina giornali e case editrici…
  
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  Carmignac morirà tuttavia amareggiato per le polemiche sollevate dal suo ‘lavoro’, frutto di vent’anni di studi.
Prima era amato e studiato dai suoi colleghi ma – dopo la pubblicazione del suo lavoro – questi gli tolsero il saluto e le stesse Case editrici gli chiusero le porte in faccia costringendolo a scrivere in inglese e a pubblicare all’estero.
In effetti ho letto da qualche parte che in quel particolare mondo ‘accademico’ – dove fior di ‘teologi’ si erano fatti una fortuna con le loro teorie, avevano acquisito celebrità, dando origine a delle vere e proprie scuole di pensiero basate sulla post-datazione dei vangeli e sulla loro non storicità – costoro non erano tanto ben disposti a vedersi smentire ed a far considerare carta da macero i loro libri che riempivano tante biblioteche e i depositi di certe Case editrici.

  Vittorio Messori, a proposito delle reazioni contro la scoperta di Carmignac, così ancora scrive:
 
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   Ma perché ha suscitato tante reazioni incattivite la certezza raggiunta da Carmignac (con un lavoro che si è spinto sino a rintracciare 90 traduzioni ebraiche del Nuovo Testamento), che Matteo, Marco e i documenti utilizzati da Luca siano stati scritti non in greco, ma in una lingua semitica? 
   Come mi spiegò a voce il vecchio studioso, ricordandomi quanto aveva scritto, se i vangeli in origine erano in ebraico (o in aramaico, anche se egli propendeva per la prima lingua) è segno che essi sono stati composti quando ancora il cristianesimo nascente era confinato in Palestina e non era ancora esploso nei territori dell’Impero, dove per farsi capire bisognava esprimersi in greco, l’inglese dell’epoca.
   Ma, allora, osservava, «tutta la datazione dei vangeli va rivista e spostata all’indietro.  Se davvero, come sembra certo, i vangeli erano in ebraico, essi sono a ridosso degli avvenimenti, riportano parole e fatti controllabili direttamente dai testimoni ancora viventi, nei luoghi stessi.  Non sono dunque composizioni sospette dal punto di vista storico, non sono stati sottoposti a quelle lunghe manipolazioni della comunità credente di cui parla l’esegesi oggi dominante.  Sono invece documenti storici, quasi cronistici, di primissima mano: e dunque si alza di colpo il loro livello di credibilità, le certezze della fede vengono a poggiare su delle conferme storiche».


   Stando alla datazione che sinora fa testo quasi ovunque, Marco sarebbe stato composto verso l’anno 70, data cruciale perché è quella della distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, con la conseguente sparizione definitiva di quel mondo ebraico che era stato quello di Gesù e dei suoi primi discepoli; Matteo e Luca tra l’80 e il ’90; Giovanni alla fine del secolo (anche se qualcuno si era spinto addirittura sino all’anno 170 … ).
   Osservava Carmignac (e con lui Robinson, Tresmontant ed altri esegeti che stanno spuntando qua e là) che già attorno all’anno 50 il cristianesimo esplode fuori dall’ambito palestinese.  Dunque, a partire da allora sarebbe stato inutile, anzi dannoso, scrivere in una lingua locale i documenti della fede.  Se l’originale dei vangeli è davvero semita, è perché sono stati scritti subito, tra il 30 (data probabile della morte di Gesù) e il 50 o poco più.
  

  Attraverso considerazioni che qui lo spazio impedisce di esporre, il solitario studioso chiuso nel suo eremo parigino proponeva questa datazione: Marco fu scritto non più tardi del 42-45 e sarebbe stato Pietro stesso a scriverlo, anche se il vangelo prese il nome del suo traduttore in greco, forse per un atto di umiltà da parte del capo degli apostoli.  Matteo sarebbe stato scritto verso l’anno 50 e Luca poco dopo, in greco, ma utilizzando documenti scritti in ebraico.
  
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  Comprenderete, voi che leggete, l’importanza che ora può assumere – al fine delle problematiche circa la datazione e quindi la ‘storicità’ dei tre vangeli – il ‘dettato’ che nel settembre del ‘43 Gesù diede alla Valtorta, dettato nel quale – nel dare disposizioni sull’ordine secondo il quale collocare all’interno dell’Opera valtortiana gli episodi mostrati a lei in visione – Egli, ci dà una informazione che qui sotto riporto.
Informazione che tocca un argomento fondamentale e – sia pur nell’ottica di una rivelazione mistica  che certo non ha valenza ‘scientifica’ ma di fede – svela il ‘segreto’ non solo della datazione dei vangeli ma anche della loro origine e formazione.

  Quelle della Valtorta – tecnicamente – possono essere classificate come ‘rivelazioni private’, come lo furono ad esempio quelle che ebbero come destinatari i ragazzi di Lourdes e Fatima, e come lo sono quelle avute da una innumerevole schiera di santi nella storia bimillenaria della Chiesa: santi  regolarmente canonizzati, non certo considerati ‘visionari’!
Il Gesù della Valtorta, nei Quaderni del 1944, così dunque commenta 2:

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   23 settembre
   Dice Gesù:
   «Intanto ti dico che l’episodio di mercoledì (20-9) , se farete un’opera regolare, lo dovete collocare un anno avanti la mia morte, perché accadde al tempo della messe del mio 32° anno.
   Necessità di conforto e istruzione per te, diletta, e per altri, mi hanno costretto a seguire un ordine speciale nel dare le visioni e i dettati relativi.  Ma vi indicherò, a suo tempo, come distribuire gli episodi dei tre anni di vita pubblica.  L’ordine dei Vangeli è buono, ma non perfetto come ordine cronologico.  Un osservatore attento lo nota.
   Colui che avrebbe potuto dare l’esatto ordine dei fatti, per esser stato meco, dall’inizio della evangelizzazione alla mia ascesa, non lo ha fatto, perché Giovanni, figlio vero della Luce, si è occupato e preoccupato di far rifulgere la Luce attraverso la sua veste di carne agli occhi degli eretici che impugnavano la verità della Divinità chiusa in carne umana. Il Vangelo sublime di Giovanni ha raggiunto il suo scopo soprannaturale, ma la cronaca della mia vita pubblica non ne ha avuto aiuto.
   Gli altri tre evangelisti mostrano uguaglianze fra loro, come fatti, ma ne alterano l’ordine di tempo, perché di tre uno solo era stato presente a quasi tutta la mia vita pubblica: Matteo, e non l’aveva scritta che 15 anni dopo, mentre gli altri li scrissero più oltre ancora, e per averne udito il racconto da mia Madre, da Pietro, da altri apostoli e discepoli.
   Vi voglio dare una guida nel riunire i fatti del triennio, anno per anno.
   Ed ora vedi e scrivi.  L’episodio non segue quello di mercoledì (20-9)… »
  
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Mi sembra che il discorso di Gesù, qui, sia chiaro.
  Riepilogando, Matteo ha scritto  15 anni dopo, e sfido anche voi  dopo un tale periodo di tempo – a meno che non abbiate una memoria da elefante – a ricordare l’esatta cronologia o a ricostruire, se non in maniera generica, certi episodi.
Peraltro, indipendentemente dalla ‘memoria’, Matteo può aver seguito  un suo personale criterio di esposizione, almeno in parte indipendente dalla reale cronologia e concatenazione dei fatti.
  Marco e Luca, da parte loro, hanno riferito – scrupolosamente, d’accordo, ma sempre riferito – discorsi fatti da terzi, per quanto autorevolissimi, e anche questi a distanza di un certo numero d’anni.

  A mio personale avviso, per inciso, essi potrebbero avere seguito nei loro vangeli in linea di massima – e questo a me sembrerebbe una cosa logica – la falsariga  strutturale già adottata precedentemente per primo da Matteo: il che spiegherebbe perché i tre vangeli sono stati chiamati ‘sinottici’, cioè seguenti una analoga esposizione in parallelo.
Quindi partendo da una ipotetica nascita di Gesù nell’anno ‘zero’, se Egli fosse stato crocifisso intorno all’anno 33 dopo l’anno ‘zero’ e se il Vangelo del ‘testimone diretto’ Matteo – secondo il dettato della Valtorta – è di una quindicina di anni dopo, la sua datazione risalirebbe all’anno 48 del nostro Calendario, mentre gli altri vangeli saranno stati redatti ancora alcuni anni dopo.

  Se invece si dovesse prendere per buona la data di nascita di Gesù che molti studiosi oggi retrodaterebbero a circa l’anno 7 prima dell’anno ‘zero’, ecco che – aggiungendo ai 33 anni di vita di Gesù i quindici anni successivi dopo i quali Matteo scrisse il suo vangelo, come dice Gesù nel suddetto dettato – per Matteo si arriverebbe ad una composizione intorno all’anno 41 d.C. del nostro attuale Calendario: quindi non una composizione tardiva ma addirittura contemporanea.
Il Gesù delle visioni valtortiane degli anni ’40 del Novecento conferma dunque la datazione che qualche decennio dopo – sia pur fatta con larga massima – sarà ricostruita da Carmignac grazie alle sue scoperte esegetico-filologiche in ordine al Vangelo di Marco (e cioè traduzione in greco da un testo semitico precedente, forse  scritto dallo stesso Pietro di cui Marco fu discepolo).

  Lo stesso Luca, compagno di viaggi e discepolo di San Paolo, si era recato spesso a Gerusalemme e certe informazioni sulla vita infantile di Gesù – oltre che da parenti, come ad esempio i due cugini apostoli Giacomo e Giuda d’Alfeo – non può averle avute altro che direttamente dalla Madonna, quindi prima della sua Assunzione che dovette avvenire presumibilmente vari anni dopo la morte di Gesù.
Non si vede peraltro perché Marco e Luca avrebbero dovuto aspettare tanto a scrivere il loro Vangelo che invece – in quegli anni di intensa predicazione apostolica – era così necessario.

  Ricapitolando:
se questi vangeli sono frutto di una traduzione in greco da un precedente testo in lingua semitica (ebraico o aramaico, come ha scoperto Jean Carmignac)
e se non avrebbe più avuto senso scrivere in semitico dopo il 70 d.C., quando – dopo la guerra giudaica – Gerusalemme era stata completamente rasa al suolo e la nazione ebraica letteralmente cancellata come entità politica, e il popolo disperso fuori dalla Palestina,

si può dedurre che i Vangeli ‘semitici’ dovevano effettivamente circolare già da un bel numero di anni prima della guerra giudaica (66-70 d.C.), e quindi erano ben diffusi e letti quando ancora un grandissimo numero di testimoni oculari ancora in vita avrebbero potuto facilmente smentirli dato che a quell’epoca Gerusalemme e la Palestina pullulavano ancora di giudei cristianizzati, testimoni diretti – insieme agli altri giudei ‘ortodossi’ – delle vicende narrate in quel vangelo.
Se dunque i vangeli non sono frutto di un ‘mito’ ma storici, anzi frutto di una rigorosa ricostruzione cronistica di quegli avvenimenti, rimane – per noi che dobbiamo commentarli ora – il problema del loro relativo… ‘disordine cronologico’ nella esposizione dei fatti.

(continua)

1 La presente trattazione è un testo rielaborato ed aggiornato dall’autore tratto dalla sua opera: ‘I Vangeli di Matteo, Marco, Luca e del ‘piccolo Giovanni’ – Vol. I, Cap. 1 – Ed. Segno. L’opera intera è liberamente scaricabile dal Sito internet dell’autore: www.ilcatecumeno.net
Bibliografia di riferimento per la trattazione di questa prima parte:
(Il Vangelo secondo Matteo – La Sacra Bibbia – Cap. 9, 9-13 – Ed. Paoline, 1968)
(V.Messori: ‘Patì sotto Ponzio Pilato?’ – Cap. XXXVII – S.E.I.,1992)
(V.Messori: ‘Inchiesta sul Cristianesimo’ – S.E.I., 1987)
(M.Valtorta: ‘Quaderni del 1943-1944-1945’ – Centro Editoriale Valtortiano)
(M.Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Cap. 97 – Centro Editoriale Valtortiano)
2 Maria Valtorta: ‘I Quaderni del 1944’, Dettato del 23 settembre 1944 – Centro Editoriale Valtortiano

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