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LA MORTE DI S. MARIA MADDALENA

a cura di Giovanna Busolini

(Sottolineature e grassetti sono i miei. Immagini tratte dal WEB)

30 marzo 1944.

La Sainte Baume (Francia)

 Vedo una spelonca rocciosa in cui è un giaciglio di foglie ammassate su un rustico telaio di rami intrecciati e legati da giunchi. Deve essere comodo come uno strumento di tortura. La grotta ha inoltre un pietrone che fa da tavola e uno più piccolo che fa da sedile. Contro il lato più fondo ve ne è un altro: uno scheggione sporgente dalla roccia che, non so se naturalmente o con paziente e faticosa opera umana, è stato tratto a pulimento e presenta una superficie abbastanza liscia. Su questo, che pare un rustico altare, è posata una croce fatta di due rami tenuti insieme da vimini. L’abitante della grotta ha inoltre piantato in una fessura terrosa del suolo una pianta di edera e ne ha condotto i rami a incorniciare la croce e ad abbracciarla, mentre in due rustici vasi, che paiono modellati nella creta da mano inesperta, stanno dei fiori selvatici colti nelle vicinanze, e proprio ai piedi della croce, in una conchiglia gigante, è una pianticella di ciclamino selvatico con le piccole foglie ben nette e due bocci che sono prossimi a fiorire. Ai piedi di questo altare vi è un fascio di rami spinosi e un flagello di corde annodate. Nella grotta vi è inoltre un rustico orciolo con dell’acqua. Null’altro.

Dall’apertura stretta e bassa si vede uno sfondo di monti, e per una luminosità mobile che si intravvede lontano si direbbe che da questo punto sia visibile il mare. Ma non lo posso assicurare. Dei rami penduli d’edere e caprifogli e di rosai selvatici, tutta la solita pompa dei luoghi alpestri, pendono sull’apertura e fanno come un velo mobile che separa l’interno dall’esterno.

Una donna scarna, vestita di una rustica veste scura sulla quale è posata una pelle di capra come mantello, entra nella grotta smuovendo i rami penduli. Pare esausta. La sua età è indefinibile. Se si dovesse giudicare il volto appassito, le si darebbero molti anni: oltre sessanta. Se si dovesse giudicare la chioma ancor bella, folta, dorata, non più di un quaranta. Essa le pende in due trecce lungo le spalle curve e magre, ed è l’unica cosa che splenda in quello squallore. La donna sarà stata certo bella perché la fronte è ancor alta e liscia, il naso ben fatto e l’ovale, per quanto smagrito dall’estenuazione, regolare. Ma gli occhi non hanno più fulgore. Sono fortemente affondati nell’orbita e segnati da due bistri bluastri. Due occhi che denunciano il molto pianto versato. Due rughe, quasi due cicatrici, si sono intagliate dall’angolo dell’occhio lungo il naso e vanno a perdersi in quell’altra caratteristica ruga di chi molto ha sofferto, che dalle narici scende come un accento circonflesso agli angoli della bocca. Le tempie sono come scavate e le vene azzurre si disegnano nel grande pallore. La bocca pende con curva stanca ed è di un roseo pallidissimo. Un tempo deve essere stata una splendida bocca, ora è sfiorita. La curva delle labbra è simile a quella di due ali che pendano spezzate. Una bocca dolorosa.

La donna si trascina sino al masso che fa da tavolo e vi posa sopra dei mirtilli e delle fragole selvatiche. Poi va all’altare e si inginocchia. Ma è così spossata che nel farlo quasi cade e deve sorreggersi con una mano al masso. Prega guardando la croce e delle lacrime scendono per il solco sino alla bocca che le beve. Poi lascia cadere la sua pelle di capra e resta con la sola rozza tunica e prende i flagelli e le spine. Stringe i rami spinosi intorno al suo capo e ai suoi lombi e si flagella con le corde. Ma è troppo debole per farlo. Lascia cadere il flagello e, appoggiandosi all’altare con ambe le mani e la fronte, dice: “Non posso più, Rabbonì! Più soffrire, in ricordo del tuo dolore!”.

La voce me la fa riconoscere. È Maria di Magdala. Sono nella sua grotta di penitente.

Maria piange. Chiama Gesù con amore. Non può più soffrire. Ma amare può ancora. La sua carne macerata dalla penitenza non resiste più alla fatica del flagellarsi, ma il cuore ha ancora palpiti di passione e si consuma nelle sue ultime forze amando. Ed ella ama, restando con la fronte incoronata di spine e la vita serrata nelle spine, ama parlando al suo Maestro in una continua professione d’amore e in un rinnovato atto di dolore.

È scivolata con la fronte a terra. La stessa posa che aveva sul Calvario di fronte a Gesù deposto sul grembo di Maria, la stessa che aveva nella casa di Gerusalemme quando la Veronica spiegava il suo velo, la stessa che aveva nell’orto di Giuseppe d’Arimatea quando Gesù la chiamò ed ella lo riconobbe e lo adorò.[1] Ma ora piange perché Gesù non c’è.

 

“La vita mi fugge, Maestro mio. E dovrò morire senza rivederti? Quando potrò bearmi del tuo viso? I miei peccati stanno di fronte a me e mi accusano. Tu mi hai perdonata, e credo che l’inferno non mi avrà. Ma quanta sosta nell’espiazione prima di vivere di Te! Oh! Maestro buono! Per l’amore che mi hai dato conforta l’anima mia! L’ora della morte è venuta. Per il tuo morire desolato sulla croce conforta la tua creatura! Tu mi hai generata. Tu. Non la madre mia. Tu mi hai risuscitata più che non risuscitasti Lazzaro, fratello mio. Poiché egli era già buono e la morte non poteva che esser attesa nel tuo Limbo. Io ero morta nell’anima e morire voleva dire morire in eterno. Gesù, nelle tue mani raccomando lo spirito mio! È tuo perché Tu l’hai redento. Accetto per ultima espiazione di conoscere l’asprezza del tuo morire abbandonato. Ma dammi un segno che la mia vita ha servito ad espiare il mio peccare”.[2]

“Maria!” Gesù è apparso. Pare scendere dalla rustica croce. Ma non è piagato e morente. È bello come la mattina della Risurrezione. Scende dall’altare e va verso la prostrata. Si curva su lei. La chiama ancora, e poiché ella pare credere che quella Voce suoni per i suoi sensi spirituali e, volto a terra come è, non vede la luce che Cristo irradia, Egli la tocca posandole una mano sul capo e prendendola per il gomito come a Betania[3] per rialzarla.

Quando ella si sente toccata e riconosce dalla lunghezza quella mano, ha un gran grido. E alza un volto trasfigurato di gioia. E lo abbassa per baciare i piedi del suo Signore.

Alzati, Maria. Sono Io. La vita fugge. È vero. Ma Io vengo a dirti che il Cristo ti aspetta. Non vi è attesa per Maria. Tutto è perdonato a lei. Dal primo momento fu perdonato. Ma ora è più che perdonato. Il tuo posto è già pronto nel mio Regno. Sono venuto, Maria, per dirtelo. Non ho dato ordine all’angelo di farlo perché Io rendo il centuplo di quanto ricevo ed Io ricordo quanto ho da te ricevuto. Maria, riviviamo insieme un’ora passata. Ricorda Betania.[4] Era la sera dopo il sabato. Mancavano sei giorni al mio morire. La tua casa, la ricordi? Era tutta bella nella cintura fiorita del suo frutteto. L’acqua cantava nella vasca e le prime rose odoravano intorno alle sue mura. Lazzaro mi aveva invitato alla sua cena e tu avevi spogliato il giardino dei fiori più belli per ornare la tavola dove il tuo Maestro avrebbe preso il suo cibo. Marta non aveva osato rimproverarti perché si ricordava le mie parole[5] e ti guardava con una dolce invidia perché tu splendevi di amore andando e venendo nei preparativi. E poi Io ero giunto. E più rapida di una gazzella tu eri corsa, precedendo i servi, ad aprire il cancello col tuo grido abituale.

Pareva sempre il grido di una prigioniera liberata. Infatti Io ero la tua liberazione e tu eri una prigioniera liberata. Gli apostoli erano con Me. Tutti. Anche quello che ormai era come un membro incancrenito del corpo apostolico. Ma vi eri tu a prendere il suo posto. E non sapevi che guardando il tuo capo curvato nel bacio ai miei piedi e il tuo occhio sincero e pieno d’amore, guardando soprattutto lo spirito tuo, Io dimenticavo il disgusto di avere al fianco il traditore. Ho voluto te sul Calvario per questo. Te nell’orto di Giuseppe per questo. Perché vederti era esser sicuro che la mia morte non era senza scopo. E mostrarmi a te era ringraziamento per il tuo fedele amore. Maria, tu benedetta che non hai mai tradito, che mi hai confermato nella speranza mia di Redentore, tu in cui vidi tutti i salvati dal mio morire! Mentre tutti mangiavano, tu adoravi. Mi avevi dato l’acqua profumata per i miei piedi stanchi e baci casti e ardenti per le mie mani e, non contenta ancora, hai voluto infrangere l’ultimo tuo prezioso vaso e ungermi il capo ravviandomi i capelli come una mamma, e ungermi le mani e i piedi perché tutto del tuo Maestro odorasse come membra di Re consacrato… E Giuda, che ti odiava perché eri onesta ora e respingevi con la tua onestà le cupidigie dei maschi, ti aveva rimproverata… Ma Io ti avevo difesa perché tu avevi compiuto tutto per amore, un amore così grande che il suo ricordo venne meco nell’agonia dalla sera del giovedì all’ora di nona… Ora, per questo atto di amore che tu mi hai dato alla soglia della mia morte, Io vengo, alla soglia della tua morte, a renderti amore. Il tuo Maestro ti ama, Maria. Egli è qui per dirti questo. Non avere timore, non ansia di altra morte. Il tuo morire non è diverso da quello di chi versa il suo sangue per Me. Che dà il martire? La sua vita per l’amore del suo Dio. Che dà il penitente? La sua vita per l’amore del suo Dio. Che dà l’amante? La sua vita per l’amore del suo Dio. Vedi che non vi è differenza. Martirio, penitenza, amore consumano lo stesso sacrificio e per lo stesso fine. In te, dunque, penitente e amante, è il martirio come in chi perisce nelle arene. Maria, Io ti precedo nella gloria. Baciami la mano e posa in pace. Riposa. È tempo per te di riposare. Dammi le tue spine. Ora è tempo di rose. Riposa e aspetta. Ti benedico, benedetta”.

Gesù ha obbligato Maria a coricarsi sul suo giaciglio. E la santa, col viso lavato di un pianto d’estasi, si è stesa come il suo Dio ha voluto ed ora pare dormire con le braccia conserte al seno, con le lacrime che continuano a scendere, ma la bocca che ride.

Si rialza a sedere quando un fulgore vivissimo si fa nella grotta per la venuta di un angelo portante un calice che posa sull’altare e che adora. Anche Maria, inginocchiata presso il lettuccio, adora. Non può più muoversi. Le forze calano. Ma è beata. L’angelo prende il calice e la comunica. Poi risale al Cielo.

Maria, come un fiore arso da troppo sole, si piega, si piega con le braccia ancora conserte sul seno e cade col viso fra le foglie del giaciglio. È morta. L’estasi eucaristica ha reciso l’ultimo filo vitale.


Mentre Gesù parlava io vedevo la scena descritta. La casa di Betania tutta fiorita e festante. La sala del convito riccamente apparecchiata. E Marta in faccende e Maria che si occupa dei fiori.

E poi l’arrivo di Gesù coi dodici e l’incontro con Maria che lo conduce verso casa. Lazzaro scende prestamente incontro al Maestro ed entra con Lui nella casa, in una sala che precede quella del convito. Maria porta l’acqua in un bacile e vuole lavare lei stessa i piedi di Gesù. Poi cambia l’acqua e tiene il bacile sinché Gesù si è purificate le mani. E quando Egli le rende l’asciugamano, ella gli prende le mani e le bacia. Poi si siede in terra, su un tappeto che copre il pavimento, ai piedi di Gesù, e lo ascolta parlare con suo fratello, il quale mostra a Gesù dei rotoli, nuovi acquisti fatti di recente a Gerusalemme. Gesù discute con Lazzaro circa il contenuto di quelle opere e spiega gli errori dottrinali che contengono, credo, oppure le differenze fra quelle dottrine di gentilesimo e quelle vere. Devono essere opere letterarie che Lazzaro, ricco e colto, ha voluto conoscere. Maria non parla mai. Ascolta e ama.

Poi vanno a cena. Le due sorelle servono a tavola. Non mangiano. Solo gli uomini mangiano. Anche i servi vanno e vengono portando i piatti che sono ricchi e belli. Ma le due sorelle servono personalmente a tavola prendendo dalle credenze i piatti che i servi vi posano e le anfore piene di vino che mescono. Gesù beve acqua. Solo alla fine accetta un dito di vino.

Ma verso la fine del convito, quando già la cena rallenta il suo ritmo e diviene più che altro conversazione, mentre passano le frutta e dei dolciumi, Maria, che è scomparsa da qualche minuto, torna con un’anfora di alabastro e ne spezza il collo contro lo spigolo di un mobile per potervi attingere con più facilità, e a piene mani prende e unge i capelli di Gesù stando in piedi dietro a Lui, e ne ricompone i ricci che li terminano arrotolando ciocca per ciocca sulle dita. Sembra una mamma che pettini il suo bambino. Quando ha finito, bacia lieve lieve il capo di Gesù e poi gli prende le mani e le imbalsama e bacia, e poi fa lo stesso coi piedi.

 

I discepoli guardano. Giovanni sorride come incoraggiandola. Pietro tentenna il capo, ma… via, sorride anche lui fra la sua barba, e su per giù fanno così gli altri. Tommaso e un altro vecchiotto brontolano sottovoce. Ma Giuda, con uno sguardo indefinibile ma di certo brutto, esplode nel suo malumore: “Che stoltezza! Basta esser femmine per esser stolte. A che tanto spreco? il Maestro non è già un pubblicano né una meretrice per aver bisogno di simili effeminatezze. È anche disonorante per Lui. Che diranno i giudei nel sentirlo profumato come un efebo? Maestro, mi stupisco che Tu permetta ad una donna tali stoltezze. Se ha ricchezze da profondere le dia a me per i poveri. E sarà più giudiziosa. Donna, dico a te; smetti ché mi fai schifo”.

Maria lo guarda interdetta e arrossendo sta per ubbidire. Ma Gesù le pone la mano sul capo che ella ha curvato e poi fa scendere quella mano sulla spalla di lei attirandola lievemente a Sé come per difenderla: “Lasciala stare” dice. “Perché la rimproveri? Nessuno deve rimproverare un’opera buona e mettervi sottosensi che unicamente la malizia insegna. Ella ha fatto una buona azione verso di Me. I poveri li avete sempre. Io non sarò più fra voi e i poveri vi saranno. A loro potrete continuare a fare del bene. A Me no perché sono prossimo a lasciarvi. Ella ha anticipato l’omaggio al mio Corpo sacrificato per voi tutti, e mi ha già unto per la sepoltura perché allora non potrà farlo. E troppo le dorrebbe di non avermi potuto imbalsamare. In verità vi dico che fino alla fine del mondo e in ogni luogo ove sarà predicato il Vangelo si ricorderà quanto ella ora ha fatto. E dal suo atto prenderanno lezione le anime per darmi il loro amore, balsamo amato dal Cristo, e prendere coraggio nel sacrificio pensando che ogni sacrificio è imbalsamazione del Re dei re, dell’Unto di Dio, di Colui da cui la Grazia scende come questo nardo dai miei capelli per fecondare all’amore i cuori e a cui l’amore sale in un continuo afflusso e riflusso di amore da Me alle anime mie, e dalle anime mie a Me. Giuda, imita, se puoi. Se lo puoi ancora fare. E rispetta Maria e Me con lei. Rispetta anche te stesso. Poiché non è disonorarsi accettando un puro amore con amore puro, ma nutrire astio e fare insinuazioni sotto il pungolo del senso. Sono tre anni, Giuda, che ti ammaestro. Ma ancora non ti ho potuto mutare. E l’ora è vicina. Giuda, Giuda… Maria, grazie. Persevera nel tuo amore”.


Dice Gesù:

Gesù

 

    «Per quanto una creatura possa essere assoluta nella sua generosità d’amore e nel suo ricompensare chi l’ha amata, è sempre molto relativa. Ma il vostro Gesù supera ogni umana vastità di desiderio e ogni limite di appagamento. Poiché è Dio, Gesù vostro, e a voi, generosi e amanti – perché questa è pagina che Io rivolgo specialmente a voi, anime che non vi accontentate di ubbidire il precetto ma abbracciate il consiglio e spingete il vostro amarmi a eroismi santi – Io do, con la mia larghezza di Dio e di Dio buono.

Creo il miracolo per voi, per darvi un ricambio di gioia per tutta la gioia che mi date. Mi sostituisco a quanto vi manca o suscito quanto vi occorre. Ma nulla lascio mancare a voi che vi siete spogliati di tutto per amor mio sino a vivere in una solitudine materiale o morale fra il mondo che non vi comprende e che vi schernisce e che, ripetendo l’antico insulto già detto a Me,[6] Maestro vostro, vi grida: “Pazzi”, e scambia le vostre penitenze e le vostre luci come segni diabolici. Perché il mondo asservito a Satana crede che satana siano i santi che hanno messo il mondo sotto ai loro piedi e di esso si sono fatto sgabello per salire di più verso Me e tuffarsi nella mia Luce.

Ma lasciate pure che vi dicano “pazzi e demoni”. Io so che siete i possessori della vera sapienza, della retta intelligenza, e che avete anima d’angelo in corpo mortale. Io ricordo, e non passa dimenticato un solo vostro sospiro d’amore, quanto avete fatto per Me, e come vi difendo contro il mondo, perché ai migliori del mondo faccio conoscere ciò che voi siete agli occhi miei, così vi compenso quando è l’ora e giudico che al vostro calice è tempo di infondere una dolcezza.

Non ci sono stato che Io che l’ho bevuto sino in fondo senza temperarlo col miele. Io che ho dovuto aggrapparmi al pensiero di quelli che mi avrebbero amato in futuro, per poter resistere sino in fondo, senza giungere a maledire l’uomo per cui spargevo il mio Sangue e conoscere, più che conoscere: abbandonarmi alla disperazione della mia condizione di abbandonato da Dio.[7]

Ma quello che Io ho patito, Io non voglio che voi lo soffriate. È stata troppo crudele la mia esperienza per imporvela. E sarebbe un tentarvi sopra le vostre forze. Dio non è mai imprudente. Vi vuole salvare e non perdere. E imporvi certe ore troppo crudeli sarebbe un perdere l’anima vostra che fletterebbe come ramo troppo caricato e finirebbe col rimanere spezzata e conoscere il fango dopo aver conosciuto tanto Cielo.

Io non deludo mai chi spera in Me. Dillo, dillo, dillo a tutti.»


[1] Nelle visioni, rispettivamente, del 18 febbraio, del 19 febbraio e del 21 febbraio.

 

[2] Negli scritti di Maria Valtorta, e in particolare nella grande opera sul Vangelo, Maria di Magdala, sorella di Marta e di Lazzaro, è identificata con la peccatrice innominata di Luca 7, 36-50.

 

[3] Nella visione del 23 marzo,

 

[4] Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-11.

 

[5] Luca 10, 38-42.

 

[6] Matteo 12, 24; Marco 3, 22 e 30; Luca 11, 15; Giovanni 10, 20.

 

[7] Matteo 27, 46; Marco 15, 34.

 

 

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