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di Massimo Introvigne

 

Proseguendo nelle sue catechesi del mercoledì dedicate all’Anno della fede, il 28 novembre 2012 Benedetto XVI ci ha proposto una meditazione su quello che è diventato il tema centrale dei corsi di sociologia della comunicazione nelle università cattoliche: «Come parlare di Dio nel nostro tempo?». Per dare una risposta teologica, non solo sociologica, il Papa ci ha invitato a riflettere anzitutto su una premessa, che talora rischia di sfuggirci: «Noi possiamo parlare di Dio, perché Egli ha parlato con noi». Dio non è «una ipotesi lontana sull’origine del mondo; non è una intelligenza matematica molto lontana da noi». Dio ha voluto comunicarsi a noi. Dio ci parla.
Da questa premessa già discende la risposta alla domanda su «chi» dobbiamo comunicare ai nostri contemporanei: «Non un Dio astratto, una ipotesi, ma un Dio concreto, un Dio che esiste, che è entrato nella storia ed è presente nella storia». Dobbiamo fare molta attenzione a non «cedere alla tentazione del successo», proponendo bei discorsi dove però non comunichiamo Dio ma noi stessi. Se vogliamo seguire invece «il metodo di Dio stesso», allora dobbiamo ricordare che «il metodo di Dio è quello dell’umiltà», fin dalla grotta di Betlemme. Dunque, «è necessario un recupero di semplicità, un ritornare all’essenziale».

Così san Paolo, che il Pontefice chiama «eccezionale comunicatore» si esprimeva nella Prima Lettera ai Corinzi: «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (2,1-2). Vediamo bene come san Paolo si guarda bene dall’annunciare se stesso, come purtroppo capita in tanti nostri discorsi e anche in qualche omelia. L’apostolo «non parla di una filosofia che lui ha sviluppato, non parla di idee che ha trovato altrove o inventato, ma parla di una realtà della sua vita, parla del Dio che è entrato nella sua vita, parla di un Dio reale che vive, ha parlato con lui e parlerà con noi, parla del Cristo crocifisso e risorto». Ma questo avviene perché «Paolo non cerca se stesso, non vuole crearsi una squadra di ammiratori, non vuole entrare nella storia come capo di una scuola di grandi conoscenze, non cerca se stesso, ma San Paolo annuncia Cristo e vuole guadagnare le persone per il Dio vero e reale».
Inoltre san Paolo «non si accontenta di proclamare delle parole, ma coinvolge tutta la propria esistenza nella grande opera della fede». Se vogliamo essere «annunciatori di Cristo e non di noi stessi» dobbiamo diventare autorevoli. E non possiamo facilmente ingannare il nostro prossimo, né ai tempi di san Paolo né oggi: siamo autorevoli se siamo convinti di quello che annunciamo, se lo abbiamo studiato e approfondito, se lo testimoniamo nella vita.
L’esempio è san Paolo ma, prima ancora, è Gesù stesso, che comunica sempre «con grande realismo» e «pieno di compassione per i disagi e le difficoltà dell’esistenza umana». Gesù sa bene che la vita su questa Terra è difficile, ma riesce sempre a comunicarci che, pur tra mille difficoltà, sempre «traspare il volto di Dio», sempre «nelle storie quotidiane della nostra vita Dio è presente». Questo è il senso di quel parlare per storie, per parabole, di Gesù che è stato tanto studiato qualche volta però trascurando un elemento essenziale: che tutte le storie rimandano a quella grande storia in cui «annuncio e vita si intrecciano» che è la stessa vicenda terrena di Gesù Cristo. Di qui possiamo ricavare «un’indicazione essenziale per noi cristiani: il nostro modo di vivere nella fede e nella carità diventa un parlare di Dio nell’oggi, perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità, il realismo di quello che diciamo con le parole, che non sono solo parole, ma mostrano la realtà, la vera realtà».
Questo è ancora possibile oggi? L’espressione del Concilio Ecumenico Vaticano II, talora abusata, «segni dei tempi» significa che nella nostra comunicazione dobbiamo cercare di «individuare le potenzialità, i desideri, gli ostacoli che si incontrano nella cultura attuale, in particolare il desiderio di autenticità, l’anelito alla trascendenza, la sensibilità per la salvaguardia del creato, e comunicare senza timore la risposta che offre la fede in Dio». L’Anno della fede ci ricorda che dai tempi dobbiamo ricavare le domande, ma le risposte vengono appunto dalla fede, dal Magistero e dal Catechismo della Chiesa Cattolica.
Lo stesso Concilio Vaticano II dà spazio nei suoi documenti al ruolo dei genitori come primi comunicatori della fede in famiglia.

«E in questo compito – spiega Benedetto XVI – è importante anzitutto la vigilanza, che significa saper cogliere le occasioni favorevoli per introdurre in famiglia il discorso di fede e per far maturare una riflessione critica rispetto ai numerosi condizionamenti a cui sono sottoposti i figli». In realtà, «a volte evidenti, a volte nascoste», le domande religiose nei ragazzi e nei giovani ci sono ancora. Spetta ai genitori farle emergere, e far comprendere – a fronte di un ambiente esterno che spesso sostiene sistematicamente il contrario – «che la fede non è un peso, ma una fonte di gioia profonda», che Dio «non è il concorrente della nostra esistenza, ma piuttosto ne è il vero garante, il garante  della grandezza della persona umana». Apprendendo questo metodo non si porterà la fede solo nelle famiglie ma anche nella società, nella cultura, nella politica: alla fine, la fede potrà «rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio».

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