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06-08-2013 – 

di Massimo Introvigne

 

Qual è il contributo specifico del breve pontificato del beato Giovanni XXIII (1881-1963), che sarà prossimamente canonizzato, alla dottrina sociale della Chiesa? Si può dire, anzitutto che Papa Roncalli ha avuto una viva coscienza della trascuratezza in cui molti, anche tra i cattolici impegnati nell’attività sociale e politica, avevano cominciato a tenere la dottrina sociale della Chiesa, pure esposta con grande ricchezza di dottrina nei documenti dei suoi predecessori. Di qui l’accorato richiamo a riprendere lo studio della dottrina sociale, farne oggetto di corsi nei seminari e nelle parrocchie, diffonderla con i mezzi propagandistici della stampa, della radio, della televisione. Gli esiti, purtroppo, non sono stati pari all’appello. Tutti i Papi successivi hanno continuato a dolersi dei dubbi, della sfiducia, della trascuratezza che molti cattolici manifestano nei confronti della dottrina sociale.

A servizio del progettato rilancio della dottrina sociale della Chiesa, il beato Giovanni XXIII mette soprattutto le due encicliche Mater et magistra e Pacem in terris, che per larga parte costituiscono un compendio schematico, ordinato in forma di tesi, degli insegnamenti di Leone XIII (1810-1903), di Pio XI (1857-1939) e del venerabile Pio XII (1876-1958). Le prime parti della Pacem in terris sono in buona parte costruite come collezione di citazioni, soprattutto di Leone XIII e del venerabile Pio XII, mentre lo stesso schema della Mater et magistra ripete lo schema della Quadragesimo anno di Pio XI. La disposizione schematica degli argomenti avrebbe dovuto favorire, nelle intenzioni del Pontefice, 1’uso didattico delle encicliche: ma storicamente questo non è avvenuto, o è avvenuto soltanto in minima parte.

All’interno della riproposizione in forma schematica dei principali temi della dottrina sociale, Giovanni XXIII ha anche cominciato a inserire alcune problematiche nuove, insistendo soprattutto –  oltre che sul degrado del mondo agricolo – sul tipo opportuno di aiuti da portare ai Paesi in via di sviluppo e sulla condanna della presunta soluzione del problema del sottosviluppo – legato, erroneamente, alla sovrappopolazione – attraverso la diffusione di metodi anticoncezionali contrari alla legge di Dio. Questi ultimi saranno poi fra i temi più caratteristici dell’insegnamento sociale del venerabile Paolo VI (1897-1978).

Infine, in un’epoca in cui i cattolici – non più maggioranza in un gran numero di Paesi – si trovano, sulla scena politica, a non poter governare che attraverso coalizioni, il beato Giovanni XXIII ha anche esposto le condizioni per la collaborazione con i non cattolici, insegnando che tale cooperazione non può avvenire se non per fini conformi al diritto naturale e alla dottrina sociale della Chiesa, non deve portare a compromessi con gli errori e dev’essere anche occasione per il riavvicinamento degli erranti alla verità.

Della Pacem in terris – di cui ricorre quest’anno il cinquantenario – molti ricordano solo il titolo, che troppe volte è diventato uno slogan pacifista banale. Come spesso accade, tanti che citano l'enciclica non l'hanno mai letta. Sia Benedetto XVI sia Papa Francesco hanno invitato i cattolici, in occasione del cinquantenario dell’importante documento, che è dell’11 aprile 1963, a riprenderlo in mano e a rileggerlo. Esaminiamone allora in modo dettagliato il contenuto. Sarà un esercizio più impegnativo della ripetizione di slogan, ma anche più fruttuoso. Scopriremo che il Magistero di quella grande enciclica non ha affatto al suo centro il pacifismo o un ottimismo ingenuo, ma la nozione dell'ordine sociale basato sul diritto naturale.

La pace, afferma il beato Giovanni XXIII, costituisce una delle principali preoccupazioni dei nostri contemporanei, e la Chiesa si unisce volentieri ai comuni auspici di pace. Ricorda, tuttavia, che la pace “può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”. Mentre i progressi della scienza rivelano sempre di più il mirabile ordine dell’universo, il disordine con “stridente contrasto” “regna tra gli esseri umani e tra i popoli”. La Chiesa, sulla base delle leggi iscritte da Dio nella natura umana, ricorda il nesso strettissimo fra pace e ordine.

L’enciclica esamina quattro sfere dell’ordine sociale: fra i cittadini; fra i cittadini e l’autorità pubblica; fra le comunità politiche (tra loro); tra le comunità politiche, da una parte, e dall’altra la comunità mondiale nel suo complesso. Una quinta parte contiene una serie d’indicazioni e di raccomandazioni pastorali. Soprattutto le prime tre parti costituiscono, come accennato, un compendio schematico di tesi ricavate dal magistero di Leone XIII e Pio XII; a questi due Pontefici sono dedicate oltre cinquanta citazioni, spesso molto ampie. Nello schema trovano posto anche riproduzioni di testi e passaggi dell’altra enciclica sociale del beato Giovanni XXIII, Mater et magistra.

1. L’ordine nei rapporti fra i cittadini

La prima sfera che il beato Giovanni XXIII prende in esame nella sua trattazione dell’ordine sociale è quella dei rapporti tra i cittadini. Gli uomini riuniti in società sono anzitutto persone, e quindi soggetto di diritti e di doveri che “scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla stessa natura umana”, e sono pertanto ‘‘universali’, “inviolabili, inalienabili”.

II Pontefice propone un elenco dei diritti che derivano dalla dignità della persona umana, riuniti per gruppi:

– il diritto alla vita, da cui derivano il diritto all’integrità fisica, a un dignitoso tenore di vita, alla sicurezza in caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla propria volontà;

– il diritto al rispetto della propria persona, e quindi all’onore, alla buona reputazione, alla libertà nella ricerca del vero e nell’espressione culturale e artistica “entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune”; nonché il diritto “all’obiettività dell’informazione” e a “partecipare ai beni della cultura” in un sistema in cui si possa accedere ai gradi superiori dell’istruzione “sulla base del merito”;

– il “diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza”, e quindi alla libertà di religione;

– il “diritto alla libertà nella scelta del proprio stato”, che comporta il diritto di perseguire la propria vocazione sacerdotale o religiosa e quello di creare una famiglia “fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile”, che dev’essere rispettata come “nucleo naturale ed essenziale della società” e cui dev’essere riconosciuto un “diritto di priorità” nell’educazione dei figli;

– il diritto al lavoro e alla libera iniziativa in campo economico, da cui deriva il diritto a condizioni di lavoro dignitose e, nel caso delle donne, rispettose delle loro particolari esigenze “di spose e di madri”; il diritto a una giusta retribuzione; il diritto di proprietà privata “sui beni anche produttivi”, di cui il beato Giovanni XXIII riafferma insieme il carattere naturale e la funzione sociale;

– il diritto di riunione e di associazione, e il diritto dei corpi intermedi a operare in libertà senza che le loro attività siano ridotte o impedite dallo Stato; il diritto alla libertà di movimento, che comporta il diritto di emigrazione e d’immigrazione;

– il “diritto di prendere parte attiva alla vita pubblica”, nei modi consentiti dalle varie forme di governo e di regime fra le quali la Chiesa non esprime preferenze; il diritto alla tutela giuridica efficace e imparziale dei propri diritti.

I diritti naturali della persona “sono indissolubilmente congiunti con altrettanti rispettivi doveri”. La scissione fra diritti e doveri costituisce uno dei principali errori relativi all’ordine sociale. Per esempio il diritto di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto a un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; “il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità”; e così via.

I doveri naturali si riassumono nel dovere di rispettare i diritti altrui, e nel dovere di solidarietà che chiede a ognuno di portare il suo contributo all’ordine sociale. Il dovere di solidarietà non potrà essere percepito nella sua pienezza dai cittadini se questi non si renderanno conto che la convivenza “si fonda sulla verità” e non è soltanto un accidente materiale o storico, ma è “anzitutto un fatto spirituale”, quale “comunicazione di conoscenza nella luce del vero” e “permanente disposizione a effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi”. In sintesi, “l’ordine fra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale”, e “1’ordine morale – universale, assoluto e immutabile nei suoi principi – trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio”.

I rapporti fra i cittadini, nota il beato Giovanni XXIII, sono caratterizzati negli anni più recenti da una triplice ascesa economico-sociale: delle classi lavoratrici, delle donne, e dei popoli e delle etnie un tempo “dominate” che, con la fine dell’epoca coloniale, si costituiscono in comunità politiche indipendenti. I lavoratori manuali, le donne, i popoli di recente indipendenza reclamano “uguali diritti” nella vita economica e sociale nazionale e internazionale. Si tratta di un fenomeno che non manca di aspetti positivi. Ma è necessario che con la coscienza di nuovi diritti affiori anche la consapevolezza dei nuovi doveri. Solo un equilibrio tra la percezione dei diritti e quella dei doveri permette infatti di aprire 1’ordine sociale “sul mondo dei valori spirituali”, e quindi di organizzarlo sul suo vero fondamento, che è Dio.

2. L’ordine nei rapporti fra i cittadini e le autorità

La seconda sfera dell’ordine che il beato Giovanni XXIII considera è quella in cui i cittadini entrano in rapporto con l’autorità. Il Pontefice tiene anzitutto a ribadire, con un’ampia serie di riferimenti a Leone XIII, che 1’autorità non è una creazione o un’invenzione degli uomini ma “deriva da Dio”. Dio infatti ha creato gli uomini sociali, e non c’è società senza autorità.

L’autorità, del resto, “trae la virtù di obbligare dall’ordine morale: il quale si fonda in Dio”. L’autorità che si fonda soltanto sul timore delle pene “non muove efficacemente gli esseri umani all’attuazione del bene comune”. L’autorità che emana “leggi o autorizzazioni in contrasto con l’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio” non deve neppure essere ubbidita, e le sue norme “non hanno forza di obbligare la coscienza”. “In tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso”.

Citando l’enciclica Diuturnum di Leone XIII, il beato Giovanni XXIII ribadisce pure che “per il fatto che l’autorità deriva da Dio non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla”. La Chiesa non esprime preferenze fra i possibili regimi, e la dottrina secondo cui l’autorità deriva da Dio è conciliabile, come con altre forme di governo, anche con la “vera democrazia” descritta dal venerabile Pio XII.

II punto di riferimento specifico dell’ordine nel rapporto tra i cittadini e l’autorità è costituito dalla nozione di bene comune, “ragion d’essere dei poteri pubblici”, cui anche tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi “sono tenuti a portare il loro specifico contributo”. L’enciclica mette in luce diversi elementi del bene comune: anzitutto, “le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani”, le tradizioni e la storia della nazione. Nei suoi aspetti “essenziali e più profondi” il bene comune dev’essere tuttavia determinato con riferimento alla stessa natura umana. Il bene di tutti i cittadini – a vantaggio dei quali il bene comune dev’essere equamente promosso, senza preferenze per particolari cittadini o gruppi – è il bene di persone umane che hanno sia “bisogni del corpo” sia “esigenze dello spirito”. Queste ultime sono oggi spesso ingiustamente trascurate, mentre “il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del fine ultraterreno ed eterno”. I “diritti e doveri della persona” costituiscono “l’indicazione di fondo” per determinare il bene comune. I pubblici poteri dovranno “tutelare e promuovere” i diritti e “rendere più facile” l’adempimento dei doveri. Le due esigenze di tutelare e di promuovere i diritti e i doveri devono essere “saggiamente contemperate” con “la più vigilante attenzione”. Può infatti accadere che “nell’intento di promuovere i diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio”, attraverso improprie ingerenze dello Stato nell’attività dei privati che, con il pretesto di garantire a tutti 1’esercizio della libertà, di fatto la restringono in modo intollerabile.

La dottrina sociale della Chiesa – l’enciclica lo ribadisce più volte – non esprime preferenze tra i vari possibili regimi politici. Del resto “non si può stabilire, una volta per sempre, qual è la struttura migliore secondo cui devono organizzarsi i poteri pubblici”. Le forme di governo “non possono non essere in relazione con le situazioni storiche delle rispettive comunità politiche: situazioni che variano nello spazio e mutano nel tempo”.

Il beato Giovanni XXIII segnala tuttavia i vantaggi della “divisione dei poteri in corrispondenza alle tre specifiche funzioni dell’autorità pubblica” – legislativa, esecutiva e giudiziaria –, avvertendo che tali vantaggi potranno però ottenersi solo se l’autorità sarà esercitata da persone “di grande equilibrio e di spiccata dirittura morale”. Ricorda anche che tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa sottolinea 1’esigenza “che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica”. Tale “diritto alla partecipazione” non è necessariamente legato all’opzione per una forma politica determinata, la democrazia, ma può esercitarsi in varie forme “necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri e in cui operano”.

Esprimono spesso il principio del diritto alla partecipazione le “carte dei diritti” e le costituzioni che molte nazioni si sono date. In tali documenti – nota il Pontefice – si riscontrano spesso elementi positivi. Tuttavia, “non può essere accettata come vera la posizione dottrinale”, normalmente presente nelle dichiarazioni dei diritti, “di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque raggruppati, a fonte prima e unica donde scaturiscono diritti e doveri”. I diritti e i doveri, come l’autorità, non derivano dalla volontà o dalle decisioni degli uomini, ma dall’ordine morale e quindi da Dio.

3. L’ordine nei rapporti tra le diverse comunità politiche

Anche le comunità politiche sono soggetto di diritti e di doveri. “La stessa legge morale che regola i rapporti fra i singoli esseri umani regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche”, che costituiscono la terza sfera dell’ordine sociale. I rapporti internazionali tra le comunità politiche devono essere regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà e nella libertà.

La verità implica anzitutto il riconoscimento della dignità di ogni persona umana e il rifiuto di “ogni traccia di razzismo”. Questo non esclude che “le comunità politiche possano differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà”, e non implica l’accettazione di un relativismo culturale. Tuttavia, le nazioni più sviluppate non devono “fare valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre”, ma piuttosto aiutarle nello sviluppo. È un atteggiamento richiesto anche dalle esigenze della pace, in quanto “i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore”.

In secondo luogo, i rapporti fra le comunità politiche devono essere regolati secondo giustizia, nel riconoscimento dei rispettivi diritti – fra cui spiccano il diritto all’esistenza, allo sviluppo, alla buona reputazione e all’onore – e dei rispettivi doveri. Un particolare dovere di giustizia delle comunità politiche è l’equo trattamento delle minoranze e il rispetto “della loro lingua, della loro cultura, del loro costume”. “Un’azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farle scomparire”. Dal canto loro i membri delle minoranze dovrebbero sforzarsi di non “accentuare 1’importanza degli elementi etnici”, e di “apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro 1’arricchimento di se stessi con 1’assimilazione graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti”. Le minoranze dovrebbero essere “un ponte” fra due civiltà piuttosto che una pericolosa “zona di attrito”.

I rapporti tra le comunità politiche devono essere impostati, in terzo luogo, nella solidarietà, favorendo gli scambi tra i rispettivi cittadini e collaborando per il bene comune dell’intera famiglia umana. L’urgenza di un ordine internazionale fondato sulla solidarietà è messa in luce dal fatto che “vi sono sulla terra Paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini; in altri Paesi invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali e i capitali a disposizione”.

Il beato Giovanni XXIII raccomanda che “ogni qualvolta è possibile” sia “il capitale a cercare il lavoro” con investimenti e insediamenti produttivi nei paesi dove abbonda la manodopera “e non viceversa”, in modo da ridurre il fenomeno dell’emigrazione.

A proposito dei rapporti fra ordine internazionale e principio di solidarietà, l’enciclica affronta ancora due problemi specifici. Richiama anzitutto l’attenzione sul dramma dei profughi politici, fuggiti da Paesi “che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano”. Tutti i profughi debbono essere rispettati, accolti e tutelati nella loro dignità di persone. In secondo luogo, il beato Giovanni XXIII denuncia l’enorme spreco di risorse costituito dalla corsa agli armamenti, e raccomanda opportune iniziative per il disarmo, che tuttavia non potranno essere efficaci e realistiche che se il disarmo sarà “simultaneo e reciproco” e se non coinvolgerà, insieme agli aspetti tecnici, anche elementi dottrinali e morali con il riconoscimento di un ordine morale internazionale da tutti condiviso. Come si vede, Papa Roncalli era ben consapevole delle trappole di un disarmo non simultaneo e non reciproco, che a quei tempi l’Unione Sovietica e i suoi compagni di strada – qualche volta mascherati da “non allineati”, e con il contributo di un certo pacifismo cristiano ingenuo – proponevano spesso all’Occidente. Paradossalmente, la Pacem in terris è spesso invece presentata – da chi ne legge solo il titolo – come approvazione e incoraggiamento a quel pacifismo.

Accanto alla verità, alla giustizia, alla solidarietà, i rapporti tra le comunità politiche esigono – secondo l’enciclica – anche la libertà. Nessuna comunità politica “ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza”. Gli aiuti ai Paesi meno sviluppati, raccomandati dalla Mater et magistra, possono violare questo principio di libertà quando non rispettano “i valori morali e le peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico” o agiscono con “propositi di predominio politico”. È un tema che non ha perso di attualità e che sarà sviluppato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e nei discorsi tenuti nei due viaggi in Africa. Il beato Giovanni XXIII ribadisce pure che gli aiuti più appropriati ai Paesi in via di sviluppo sono quelli che consentono agli abitanti di tali paesi di divenire essi stessi “i principali artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico e del loro progresso sociale”, al di là di ogni assistenzialismo.

4. L’ordine nei rapporti fra le comunità politiche e la Comunità mondiale

II timore della “forza terribilmente distruttiva delle armi moderne”, l’accentuata circolazione “delle idee, degli uomini, delle cose”, l’interdipendenza tra le economie nazionali hanno indotto la consapevolezza che “nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa”, ma deve stabilire rapporti con la comunità mondiale nel suo complesso. L’unità del genere umano postula da sempre 1’esistenza di un bene comune universale, anch’esso fondato sulla tutela dei diritti e dei doveri della persona umana in tutto il mondo. La nuova situazione socio-economica mette in risalto come sia impossibile che il bene comune universale sia perseguito da una semplice collaborazione fra le singole comunità nazionali attraverso i normali rapporti diplomatici, e fa nascere 1’esigenza di una “Comunità mondiale” che si doti di proprie istituzioni. Sorge cosi una nuova sfera dello ordine sociale, relativa ai rapporti fra le singole comunità politiche nazionali e le istituzioni della Comunità mondiale.

II criterio per tali rapporti, insegna il beato Giovanni XXIII, è stabilito sempre dal principio di sussidiarietà: “i poteri pubblici della Comunità mondiale non hanno lo scopo di limitare la sfera di azione dei poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi”. La Comunità mondiale, con le sue istituzioni, dovrà intervenire soltanto nei casi e per gli scopi a cui l’azione delle singole comunità nazionali, o di alcune fra esse coordinate fra loro, sia manifestamente insufficiente.

L’enciclica ricorda come il venerabile Pio XII, in vari interventi, abbia tracciato i lineamenti di possibili istituzioni internazionali e mondiali conformi alla dottrina sociale della Chiesa, Negli stessi anni in cui Papa Pacelli interveniva sul tema, vari Paesi si sono uniti nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha approvato una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948. Il beato Giovanni XXIII considera il fenomeno un segno e una conferma della necessità ormai inderogabile di istituzioni al livello della Comunità mondiale. Nota però che sui documenti del1’ONU “sono state sollevate obiezioni e fondate riserve”, per cui si può ritenere che siano necessari sforzi ulteriori e modifiche perché le persone e i popoli trovino nelle Nazioni Unite una vera “tutela efficace”.

5 . Suggerimenti e indicazioni pastorali

La restaurazione dell’ordine morale nelle quattro sfere indicate dal Pontefice richiede anzitutto la partecipazione attiva alla vita pubblica da parte dei cattolici, “perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale”. Sarà necessario che i cattolici acquisiscano le necessarie capacità scientifiche, tecniche e professionali. Tali competenze sono tuttavia “necessarie ma non sufficienti”. Quella che davvero si richiede è “una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali”.

Le istituzioni nazionali e internazionali denunciano una preoccupante “povertà di fermenti e di accenti cristiani”, anche quando “alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani”. Quale la causa del fenomeno? Il beato Giovanni XXIII ritiene “che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale”. “È necessario quindi che in essi si ricomponga 1’unità interiore” fra fede e impegno temporale: senza dimenticare che la grave frattura denunciata è anche “il risultato di un difetto di solida formazione cristiana”. I laici cattolici, anche coloro che occupano posizioni di responsabilità nella vita pubblica, hanno spesso soltanto una “istruzione religiosa di grado elementare”, particolarmente carente per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa. A distanza di cinquant’anni, le cose non sembrano cambiate.

La descrizione dell’ordine sociale nazionale e internazionale delineata dal beato Giovanni XXIII tiene conto certamente dalla Rivelazione, ma si fonda principalmente su elementi di diritto naturale. Nell’attuazione dell’ordine i cattolici potranno quindi collaborare, sulla base appunto del diritto naturale, con i “cristiani separati dalla Sede Apostolica” e talora anche “con esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù Cristo, nei quali però è presente la luce della ragione ed è pure presente e operante l’onestà naturale”. Il beato Giovanni XXIII ricorda l’imperativo di “non venire mai a compromessi” con l’errore. Enuncia però la distinzione tra l’errore e l’errante e fra le dottrine filosofiche e i movimenti che le rappresentano. La distinzione fra errore ed errante è citata oggi con grandissima frequenza, spesso del tutto avulsa dal complessivo contesto della Pacem in terris: e non sempre a proposito. Talora la distinzione è totalmente fraintesa, e ridotta al semplice richiamo a presunte esigenze di carità che dovrebbero attenuare se non eliminare, per amore verso l’errante, la stessa polemica nei confronti dell’errore. Nel contesto dell’enciclica la distinzione muove invece dalla chiara premessa secondo cui, come accennato, si deve “non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale”. La collaborazione con gli “erranti” deve avvenire, precisa ancora il beato Giovanni XXIII, a condizione che essi – pure vittima di errori sulla religione – condividano almeno principi e fini “del diritto naturale”, ciò che ovviamente non si verifica per molti seguaci di ideologie moderne. Deve avvenire per i fini indicati dalla “dottrina sociale della Chiesa”, e inoltre secondo le prudenti “direttive dell’autorità ecclesiastica”. Infine, se Papa Roncalli richiama particolarmente l’attenzione sull’“errante”, è anche per sottolineare come la collaborazione per specifici fini di diritto naturale con “quanti non credono, o credono in modo non adeguato perché aderiscono ad errori”, dev’essere occasione di apostolato in modo che gli “erranti” possano finalmente “scoprire la verità e renderle omaggio”.

Il beato Giovanni XXIII dedica anche un accenno a coloro che “trovandosi di fronte a situazioni nelle quali le esigenze della giustizia non sono soddisfatte”, presi dal desiderio di novità, vogliono far ricorso a qualcosa che può ‘‘rassomigliare alla rivoluzione”. Il Pontefice, li invita a non dimenticare “che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce a innovare verso il meglio che agendo dal di dentro di esse gradualmente”. E ricorda l’espressione del venerabile Pio XII secondo cui “non nella rivoluzione ma in una evoluzione concordata sta la salvezza e la giustizia”.

Volgendo infine lo sguardo al “compito immenso” della restaurazione dell’ordine sociale nelle sue varie sfere, il beato Giovanni XXIII non si fa illusioni, e riconosce che “coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti”. Molti parlano di pace: “ma la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato”. Il Pontefice si augura che il numero di coloro che si impegnano per la restaurazione dell’ordine sociale “aumenti, soprattutto fra i credenti”. Questo potrà avvenire solo con il necessario aiuto della Grazia e con un rinnovato impegno di preghiera, perché ogni laico tanto più è impegnato a tradurre la propria fede in attività sociale e politica “quanto più, nell’intimità di se stesso, vive in comunione con Dio”.

 


QUI SOTTO IL LINK PER AVERE TUTTO IL TESTO DELL'ENCICLICA "PACEM IN TERRIS"

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem_it.html

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