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28/11/2014 

   

Francesco ed Erdogan

FRANCESCO ED ERDOGAN

Francesco davanti alle autorità politiche di Ankara ricorda ruolo e responsabilità della Turchia per la pace nella regione e chiede uguali diritti e doveri per le minoranze religiose nel paese. Erdogan: «Sulla lotta al terrorismo la pensiamo allo stesso modo»

ANDREA TORNIELLI
INVIATO AD ANKARA

«Occorre contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo, alle fobie irrazionali che incoraggiano incomprensioni e discriminazioni, la solidarietà di tutti i credenti». Quando prende la parola davanti alle autorità politiche turche nel faraonico complesso presidenziale di Ankara costato più di 600 milioni di dollari, Papa Francesco ha già reso omaggio al mausoleo di Atatürk e già incontrato a tu per tu il presidente Recep Tayyp Erdogan.

Quella di Francesco è la prima visita di Stato accolta nel nuovo imponente palazzo costruito su una collina che sovrasta la città. Nella grande sala rivestita di legno e imbandierata con i vessilli turchi e vaticani, inaugurata per l'occasione, il Papa pellegrino, in piedi davanti al podio con i microfoni, ascolta le parole di Erdogan: «Il messaggio che ci apprestiamo a dare oggi aiuterà la situazione difficile in cui ci troviamo». Il presidente dice che si è trovato d'accordo con il Papa «sul terrorismo, sulla violenza del mondo e contro la supremazia del capitale». Erdogan dice che in Occidente aumenta l'islamofobia e che c'è chi vorrebbe fare in modo che islam diventi sinonimo di violenza. Denuncia i gruppi fondamentalisti come Boko Haram e l'Isis, ma attacca anche il «terrorismo di Stato» da parte della Siria che ha provocato 300mila morti civili e, di fronte al Papa col capo chino, attacca direttamente «il tiranno» Assad criticando il silenzio della comunità internazionale in proposito.

Quando prende la parola, Bergoglio definisce la Turchia «ponte naturale tra due continenti e tra differenti espressioni culturali», ricorda che questa terra ha dato i natali a san Paolo, ha ospitato la casa di Maria a Efeso e sette concili della Chiesa. Ma è all'oggi che bisogna guardare. All'oggi di un paese che ha i terroristi dell'Isis ai propri confini e che è anche alla ricerca di un equilibrio interno, visti gli irrigidimenti nelle libertà di espressione. «Occorre portare avanti con pazienza l'impegno di costruire una pace solida fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell'uomo», dice Francesco. «A tal fine è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani – tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione – godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri».

La libertà religiosa e la libertà di espressione, continua il Papa, «stimoleranno il fiorire dell'amicizia, diventando un eloquente segno di pace». Una fioritura attesa dal Medio Oriente, dall'Europa, e dal mondo. «Il Medio Oriente, in particolare è da troppi anni teatro di guerre fratricide, che sembrano nascere – aggiunge Francesco – una dall'altra, come se l'unica risposta possibile alla guerra e alla violenza dovesse essere sempre nuova guerra e altra violenza».

«Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente – si chiede il Papa – a causa della mancanza di pace? Non possiamo rassegnarci alla continuazione dei conflitti come se non fosse possibile un cambiamento in meglio della situazione!… dobbiamo sempre rinnovare il coraggio della pace». Una pace da raggiungere utilizzando «con lealtà, pazienza e determinazione tutti i mezzi della trattativa». Un contributo importante, spiega ancora Bergoglio, può venire dal dialogo interreligioso e interculturale, «così da bandire ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo, che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e strumentalizza la religione.

Occorre contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo, alle fobie irrazionali che incoraggiano incomprensioni e discriminazioni, la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà di culto e libertà di vivere secondo l'etica religiosa, lo sforzo di garantire a tutti il necessario per una vita dignitosa, e la cura dell'ambiente naturale».

Francesco ricorda che in Siria e in Iraq, «in particolar modo, la violenza terroristica non accenna a placarsi. Si registra la violazione delle più elementari leggi umanitarie nei confronti dei prigionieri e di interi gruppi etnici; si sono verificate e ancora avvengono gravi persecuzioni ai danni di gruppi minoritari, specialmente – ma non solo – i cristiani e gli yazidi: centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e la loro patria per poter salvare la propria vita e rimanere fedeli al proprio credo».

Il Papa riconosce che la Turchia, «accogliendo generosamente una grande quantità di profughi, è direttamente coinvolta dagli effetti di questa drammatica situazione ai suoi confini, e la comunità internazionale ha l'obbligo morale di aiutarla nel prendersi cura dei profughi». Ma insiste anche sul fatto che non si può rimanere indifferenti «di fronte a ciò che ha provocato queste tragedie. Nel ribadire che è lecito fermare l'aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale, voglio anche ricordare che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare». Risposta che, come insegna la triste realtà di tante guerre della regione, rischia solo di provocare nuova violenza.

«È necessario – conclude Francesco – un forte impegno comune, basato sulla fiducia reciproca, che renda possibile una pace duratura e consenta di destinare finalmente le risorse non agli armamenti ma alle vere lotte degne dell'uomo: contro la fame e le malattie, per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia del creato, in soccorso di tante forme di povertà e marginalità che non mancano nemmeno nel mondo moderno». E la Turchia, per la sua storia, «in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell'importanza che riveste nella regione, ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell'individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso».

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