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CRISTOCENTRISMO, SALMI E… GEOGRAFIA
di Guido Landolina   

(il presente è il secondo di due articoli dell’autore pubblicati nei mesi di novembre e dicembre 2005 sulla Rivista ‘Il Segno del Soprannaturale’ delle Edizioni Segno)

La Terra primordiale: un continente unico a forma di fiore appena sbocciato, come una rosa ad otto petali.

In occasione della ‘puntata’ precedente avevamo introdotto il tema  di come il famoso geofisico tedesco Alfred Wegener nel 1910 fosse rimasto colpito, guardando una mappa della Terra, dal fatto che le coste dell’America del sud sembravano combaciare in maniera impressionante con quelle dell’Africa Occidentale.
Egli fece allora degli studi elaborando nel 1912 la sua famosa teoria sulla deriva lenta dei continenti. Secondo Wegener questi in origine dovevano aver fatto parte di un unico complesso continentale, quello che – oggi – i geografi moderni chiamano Pangea. Ma sulle prime la ricostruzione della deriva dei continenti fatta da Wegener non convinse del tutto gli altri studiosi non solo perché rappresentava una novità assoluta e sorprendente, ma perché certe ricostruzioni dei percorsi a ritroso non collimavano bene e anzi talune si erano dimostrate completamente errate, forse anche a causa di certe possibili ‘forzature’ che Wegener sembrava avesse fatto per far ‘quadrare’ meglio la sua teoria.

Fernand Crombette1 – e avendo parlato di lui sufficientemente nei tre articoli precedenti non staremo più a spiegare chi è – credendo invece con assoluta fede nella infallibilità della Bibbia, e rimasto sorpreso da un Salmo (73/74) che accennava al fatto che ‘Dio… aveva operato la salvezza al centro della Terra’, salvezza che per i cristiani è stata notoriamente conquistata su una Croce a Gerusalemme – ricordandosi della teoria di Wegener sulla deriva dei continenti decise di approfondirne gli studi. Avvalendosi di carte dei fondali marini più moderne e dei rilevamenti consentiti dalle nuove tecnologie e dalle prospezioni scientifiche dei fondi oceanici della seconda metà del secolo scorso, partendo infine dal presupposto che il Diluvio universale non potè che aggiungere acqua a quella dei mari preesistenti, decise di fare i propri rilievi a 2000 metri sotto il livello medio attuale degli oceani. Scoperse a questo punto che a questo livello le coste degli attuali continenti opposti combaciavano.

Scoprì inoltre sui fondi marini la scia che questi avevano lasciato nel corso della deriva, e scoprì inoltre che nella posizione iniziale dei continenti era rimasta una loro impronta lavica, cioè la loro forma provocata dalla fuoriuscita di lava seguita allo spostamento, lava solidificatasi a contatto con l’acqua oceanica fredda.
Dedusse infine – altra intuizione straordinaria – che, affinché tale impronta lavica potesse formarsi in maniera così precisa, ciò non poteva essere attribuito che ad una solidificazione rapidissima dovuta ad un cataclisma planetario di immani proporzioni, cataclisma che – egli concluse, sempre grazie ai suoi studi – essersi verificato nel giro di pochi mesi nel corso del Diluvio universale che la Bibbia data a poco più di 4000 anni fa. Cosa questa dura da accettare per i geologi moderni perché viene a smentire la teoria fino ad ora accettata di una deriva lenta dei continenti avvenuta in maniera impercettibile nel corso di milioni di anni, e perché viene a sconvolgere tante teorie sulla datazione delle ere geologiche della terra. In definitiva, operando la ricostruzione a ritroso del cammino dei continenti – a 2000 metri al di sotto rispetto all’attuale livello medio di profondità degli oceani – Crombette scoperse che effettivamente questi si ricongiungevano in un continente unico, la Pangea.

Detta così la questione della deriva sembrerebbe una cosa semplice, ma Crombette – per darle valore scientifico – ha dedicato anni e anni di studio e parecchie opere2 a questo problema geografico, riuscendo però a fare ciò in cui Wegener non era bene riuscito: ricostruire molto più esattamente il cammino a ritroso della deriva e fare combaciare quasi perfettamente i vari continenti che – finalmente riuniti sulla carta – avevano assunto la forma di un’isola colossale circondata da un unico Oceano, un’isola con la forma di un fiore appena sbocciato, una sorta di rosa ad otto petali.
Se la Terra originaria doveva contenere il Paradiso terrestre ed una Umanità di ‘figli di Dio’, il regalo di Dio ad Adamo ed Eva di quello che avrebbe dovuto essere il loro regno terrestre non avrebbe potuto essere più poetico e bello.

Durante la catastrofe del Diluvio universale l’Arca, costruita da Noè su precise misure indicate da  Dio (nauticamente perfette al punto che moderni esperti di tecnica delle costruzioni navali – riproducendone un modello in scala sufficientemente grande ed in condizioni paragonabili a quelle di onde di sessanta metri supposte per un Diluvio quale quello biblico – l’hanno trovata inaffondabile e non capovolgibile) resistette con il suo carico vivente di uomini, animali e foraggi, galleggiando come un enorme cassone, salvo adagiarsi sulle pendici del monte Ararat quando il livello delle acque cominciò a decrescere e dove dei ricercatori hanno localizzato anni fa dei resti della stessa localizzati sotto i ghiacci e parzialmente scoperti. 3

Il nuovo ‘Credo’ degli Illuministi della rivoluzione francese.

Avremo occasione in futuro di mettere meglio a fuoco questi accadimenti concernenti il Diluvio, sulla scorta degli studi biblici e geologici di Crombette. Per ora dirò solo che l’ipotesi che la deriva dei continenti sia stata lenta ed abbia comportato milioni e milioni di anni per realizzarsi non è una verità scientifica, cioè provata da fatti accertati, ma frutto di una sorta di convincimento filosofico illuminista sostanzialmente anticristiano, anzi di un ‘credo’ a sua volta ‘religioso’, un ‘credo’ che partito dal rifiuto dei ‘dogmi’ cristiani è pervenuto a creare i propri dogmi mettendo culturalmente all’Indice i propugnatori del Credo tradizionale, accusati di bigottismo e creduloneria. Un nuovo ‘credo’ divulgato da duecento anni attraverso le cattedre universitarie quasi completamente egemonizzate dai nuovi ‘sacerdoti’, attraverso una selezione mirata dei libri di testo scolastici e quindi l’imposizione di una nuova cultura laica quando non addirittura laicista.
I mass-media si sono poi fatti diffusori di questa cultura fino ad orientare i convincimenti degli strati più profondi della società.

È per questa ragione che quanto narrato nella Bibbia, in particolare per quanto attiene la Genesi, ha finito per essere oggi considerato dalla stessa maggioranza delle persone cristiane più un racconto mitico con dei riflessi spirituali od etici che  frutto di ispirazione divina. Il suddetto nuovo ‘credo’ illuminista si basa dunque su una fede alternativa. Una ‘fede’ nella quale si dovrebbe credere indipendentemente dalla ragione, perché – pur presentata in maniera apparentemente razionale ed autoaccreditandosi per di più come verità ‘scientifica’ – non adduce in realtà alcuna prova sperimentale, contrariamente a quelli che sono i postulati della vera Scienza per cui una teoria si può considerare scientifica non se essa ‘affascina’ ma solo se è provata sperimentalmente o con verifiche ‘sul campo’.

Quella della deriva lenta è una ‘fede’ che è figlia della teoria dell’attualismo geologico, sposatosi per un matrimonio di convenienza con la teoria dell’evoluzionismo antropologico, perchè queste sono due teorie che ‘filosoficamente e scientificamente’ si sostengono a vicenda come quel tizio di un giallo televisivo che, accusato di un delitto, offriva come prova della veridicità del proprio alibi le dichiarazioni di un altro personaggio che in realtà aveva commesso il ‘misfatto’ con lui ma che fornendo l’alibi al primo si assicurava anche l’alibi per se stesso.

In forza comunque di queste teorie – per rendere teoricamente possibile la  supposta evoluzione dalla scimmia all’uomo o volendo escludere a priori le catastrofi naturali quali il Diluvio universale considerato un mito e non una verità di fede – attualisti ed evoluzionisti hanno dovuto ipotizzare periodi estremamente lunghi, e cioè centinaia di milioni di anni, perché certi fenomeni avessero il tempo di realizzarsi agli impercettibili ritmi attuali. Ciò sia per dare tempo ai continenti di allontanarsi fino al punto in cui sono oggi, sia per dare all’uomo il tempo di formarsi ed ‘evolversi’ dalla prima cellula vivente (quella che secondo gli evoluzionisti sarebbe addirittura nata ‘da sé’, come il resto dell’Universo) fino all’animale attuale per eccellenza, appunto l’uomo.

Gerusalemme – prima della deriva dei continenti e del Diluvio universale – era veramente al centro del continente unico, ma per merito di Gesù Cristo. E se in qualche modo e per altre ragioni fosse anche oggi al centro del mondo?

Ma quale è stata in definitiva la conclusione di tutto questo studio di Wegener e poi soprattutto di Fernand Crombette? La scoperta del fatto che Gerusalemme, in quel continente riunificato, assumeva veramente una posizione esattamente al centro della Terra, come diceva il salmo biblico, così come correttamente tradotto ed interpretato dai primi Padri della Chiesa.
Qualcuno di voi – che fosse per caso un pochino troppo ‘razionalista’ od un pochino ‘attualista’ per non dire ‘evoluzionista’ – mi potrebbe domandare se non mi sembri un poco puerile e … mitico, o forse troppo ‘sentimentale’ immaginare con Crombette che Dio avesse creato una Terraferma, circondata dall’Oceano (quello Pacifico), e che questa avesse addirittura la forma di un fiore appena sbocciato, per di più ad otto petali.
Non vedete però come è fatta la natura che ci guarda? E per un Dio capace di creare l’Universo con miliardi di galassie contenenti ciascuna centinaia di miliardi di stelle e pianeti, capace di creare la Terra con la sua perfezione di colori e di forme che ci circondano, come ad esempio, le forme  straordinarie di tanti animali e fiori, di tanti cristalli minerali per non dire i cristalli geometrici della semplicissima neve, pensate che debba essere stato per Lui un problema fare assumere alla Terraferma destinata ad accogliere l’uomo la forma geometrica e  bellissima di un fiore?
Ora forse vi domanderete anche come mai – fin dall’inizio della creazione della Terra con il suo continente unico originario ma prima ancora che l’uomo venisse creato – Gerusalemme avrebbe dovuto trovarsi al Centro della Terra, e come mai proprio Gerusalemme e non invece un’altra città. La spiegazione è che Dio vede tutto in anticipo e fa tutto con ordine e misura. Egli, nella sua Eternità che è fuori del Tempo, sapeva che l’Umanità – nel Tempo – si sarebbe completamente corrotta a seguito del Peccato originale e che, nonostante la distruzione del Diluvio, si sarebbe nuovamente corrotta.

La Bibbia narra che quando Noè – uscito dall’arca che ormai si era adagiata sulle pendici dell’Ararat – edificò un altare offrendo a Dio olocausti in ringraziamento, Dio disse: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adoloscenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto» (Gn 8, 18-22). I discendenti di Noè, dimentichi tuttavia della lezione ricevuta, si diedero nuovamente alla corruzione ed all’empietà, per cui Dio – che si era impegnato con Noé a non mandare più un Diluvio – prima li punì provocando la cosiddetta ‘confusione delle lingue’, poi mandò però suo Figlio, il Verbo, per salvare l’Umanità attraverso la Redenzione sulla Croce di Gerusalemme, secondo la promessa che aveva fatto ad Adamo ed Eva al momento della cacciata dal Paradiso terrestre (Protoevangelo: Gn 3,14-15).

Dio fin da prima della creazione della Terra sapeva che – nella Storia – la tragedia di un Dio fattosi uomo si sarebbe conclusa su di una croce di quella città. Ecco dunque la ragione della centralità – anzi il Cristocentrismo, per usare un termine ben noto ai teologi cristiani – della posizione geografica di Gerusalemme nel corso della formazione della originaria Pangea. Tale posizione, figurativamente parlando, non riflette altro che la centralità di Gesù Cristo nel progetto di Redenzione e restaurazione non solo della Terra ma dell’intera Creazione.
Quello era il luogo dove in futuro gli uomini avrebbero edificato la città destinata ad ospitare sul Golgota l’altare sul quale il Verbo-Uomo-Dio si sarebbe immolato per ottenere la salvezza dei ‘figli’ di Dio riscattandoli a prezzo della propria vita davanti al Padre.

Questa posizione di Gerusalemme, crocevia delle tre religioni monoteiste che riconoscono in Abramo il loro comune ‘padre’, non può tuttavia non farci meditare, anche alla luce della storia contemporanea, se – con la ricostituzione relativamente recente dello Stato di Israele, dopo duemila anni di dispersione – non ci si trovi ora di fronte ai prodromi di qualche nuovo avvenimento epocale. Gerusalemme, e con lei Israele e la Palestina (dove vi era la vecchia terra di Canaan), è infatti al centro di importanti profezie del passato ma che potrebbero riguardare anche il futuro, in particolare l’Apocalisse di San Giovanni Evangelista.
È nota la maledizione che – nella Bibbia – Noè ebbe a lanciare su suo nipote  Canaan che gli aveva mancato di rispetto e che insieme a suo padre Cam lo aveva deriso mentre egli, seminudo, giaceva nella sua tenda: «Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!». E aggiunse «Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia il suo schiavo! Dio dilati Jafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia suo schiavo (CEI Gn 9, 20-28)
Il Dio della Bibbia aveva l’abitudine di ‘onorare’ gli impegni solenni presi dai suoi Patriarchi: le loro benedizioni erano ambite dai figli e nipoti tanto quanto erano temute le maledizioni che si avveravano.

Il popolo di Israele, discendente di Sem attraverso Abramo, finì infatti – non so dirvi se per caso o a causa di quella ‘maledizione’ di Noé – per assoggettare ed occupare nei secoli successivi la terra di Canaan, in sostanza l’odierna Palestina.   Da questa terra gli ebrei – ribellatisi al successivo dominio romano, sotto la guida di un condottiero che si era dichiarato l’atteso ‘Messia’ – sarebbero stati a loro volta espulsi nel 70 d.C., dopo la riconquista romana di Gerusalemme.
Lo storico giudeo Giuseppe Flavio, ufficiale delle truppe ebraiche fatto prigioniero dai romani, ha scritto di un milione di morti – in maggioranza civili, affluiti numerosi in occasione di una Pasqua ebraica – tutti rimasti imbottigliati nella città circondata improvvisamente dai romani e assediata per alcuni anni. In quell’occasione rimase accidentalmente distrutto il Tempio andato a fuoco mentre tutti i sui sacerdoti vennero passati per le armi. La distruzione del Tempio era stata profetizzata agli apostoli da Gesù poco prima della sua cattura e crocifissione. Da allora gli editti imperiali vietarono la ricostituzione dello Stato di Israele, iniziò la dispersione ebraica nel mondo, diaspora terminata solo recentemente con la creazione del nuovo Stato di Israele, dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella metà del secolo scorso.
Quale sarà il futuro di Gerusalemme, di Israele e della Palestina? Quale il senso completo e misterioso di quella maledizione di Noè che attribuisce un ruolo anche a Jafet?

«Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia il suo schiavo! Dio dilati Jafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia suo schiavo (CEI Gn 9, 20-28)

Quale sarà dunque il nostro stesso futuro – quello di noi, noi odierni europei ed in genere ‘occidentali’, in buona parte proprio discendenti della stirpe di Jafet – in questa situazione di tensione internazionale che, questa volta da un punto di vista non geografico ma politico, trova sempre in Gerusalemme il suo epicentro?


1 Numerose opere dell’illustre scienziato francese, tradotte in italiano (incluso: ‘Galileo aveva torto o ragione?’, Vol. II, 42.34 al quale l’autore di questo articolo si è ispirato)  sono consultabili e liberamente scaricabili dal nuovo sito internet di Ceshe-Italia: http://digilander.libero.it/crombette/

2 Quanto alla geografia della Terra antica ed a come Crombette ha operato la ricostruzione  della deriva vedere l’opera di Fernand Crombette in versione integrale ‘Essai de… geographie divine’, Vol. I,II,III,IV editi da CESHE France. Alcuni estratti sono anche disponibili nella loro traduzione italiana sul sito Ceshe – Italia di Rosanna Breda: http://digilander.libero.it/crombette

3 Ai più stranamente non è noto che l’Arca – della quale viaggiatori dei secoli passati avevano portato a più riprese notizie della sua esistenza e localizzazione approssimativa recuperandone anche frammenti – è stata prima individuata dal satellite ‘Lancet’ con l’ausilio di una foto scattata da 840.000 metri di altezza e poi ritrovata sul Grande Ararat grazie a varie spedizioni fra le quali anche quella di Angelo Palego,  fatta con il celebre scalatore Reinhold Messner.

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Category: Scienza e Fede

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