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13/03/2013 
Il cardinale Paul Poupard

IL CARDINALE PAUL POUPARD

“Mi sfilai l’orologio dal polso e fissai quella storica ora”

GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO

 

In vita mia non ho mai provato emozioni simili. Tutti i mass media pronosticavano un conclave lungo. E invece allo scoccare del 77° voto, guardai il mio vicino nella Cappella Sistina e gli dissi: “Lo Spirito Santo non legge i giornali”. Mi tolsi dal polso l’orologio e guardai quella storica ora: 17,28». Poche ore dopo aver lasciato l’Aula del Sinodo, il cardinale francese Paul Poupard, 82 anni, riannoda i fili della memoria per descrive «l’elezione rapida» di Benedetto XVI. «Durante i funerali di Karol Wojtyla, il decano Ratzinger alzò un braccio verso la finestra della studio papale per richiamarne spiritualmente la presenza, lì compresi che il conclave era finito ancor prima di cominciare» spiega l’ex ministro vaticano della Cultura e del Dialogo interreligioso, porporato dal 1985 e conclavista nel 2005. «È impossibile descrivere le sensazioni davvero uniche di quei momenti vissuti davanti al Giudizio Universale di Michelangelo».

In cosa questo conclave è diverso da quello del 2005?

«Alle congregazioni generali conoscevo quasi tutti e con quelli con cui avevo avuto minor frequentazione, mi fu subito possibile approfondire la conoscenza. Otto anni fa eravamo presieduti da un decano che poi è entrato in conclave, mentre adesso Sodano non partecipa all’elezione pontificia. Joseph Ratzinger ci guidò dal pre-conclave al conclave. La sua omelia a San Pietro compattò emotivamente e spiritualmente il collegio cardinalizio. La malattia di Giovanni Paolo II fu lunga e ed eravamo già preparati psicologicamente ad eleggere il successore. Stavolta la differenza di situazione è abissale: la rinuncia di Benedetto XVI è stata realmente un fulmine a ciel sereno per tutti noi».

Com’è stato votare nella Sistina?

«È come passare dall’altra parte della piazza. Ero a San Pietro quando fu eletto Roncalli e la mattina in cui si aprì il conclave avevo fatto colazione con uno dei suoi elettori. Cinque anni dopo prestavo servizio in Segreteria di Stato e Montini divenne Papa. Quando è toccato a me prendere parte all’elezione pontificia, ho partecipato nel modo più naturale ad un evento straordinariamente intenso e significativo. Mi torna alla mente ogni istante, ogni fase. Lunedì 18 aprile 2005 alle 16.30 era l’orario fissato per l’ingresso in conclave e il giuramento per l’elezione del nuovo Pontefice. Un quarto d’ora prima ci ritrovammo nell’Aula della Benedizione, alla prima Loggia del Palazzo Apostolico. Indossavamo tutti la veste rossa, il rocchetto e la mozzetta. Preceduti dalla Croce e dal Libro dei Vangeli, al canto delle litanie dei santi, ci dirigemmo in processione alla Cappella Sistina dove prestammo giuramento. Mi tremava la voce per l’emozione mentre intonavo il “Veni Creator”».

Qual era il clima?

«Erano in corso i lavori di restauro alla Cappella Sistina, ci sedemmo su scomodi banchi di legno, da scuola. Nell’aula della Benedizione non si sentiva un respiro. Non mi ero mai trovato immerso in un silenzio assoluto malgrado le tante persone raccolte nello stesso luogo. Appena la processione si mosse, c’è stato uno sblocco psicologico. Era un’atmosfera di gravità e serenità. Mi resta impresso soprattutto l’inno allo Spirito Santo. È il più straordinario che abbia mai cantato. Ero in processione tra il tedesco Wetter (successore di Ratzinger a Monaco) e il filippino Vidal che ho ritrovato ora in queste congregazioni con lo stesso sorriso».

E nella casa Santa Marta?

«Erano a nostra disposizione i pulmini per i trasferimenti dalla Domus alla Sistina e viceversa. Però io andavo a piedi. L’aria era gradevole, rinfrescava le idee, attraversavo i cortili interni, l’abisde di San Pietro, San Damaso, l’ascensore, discutendo con qualche confratello. Anche a tavola parlammo liberamente, in grande armonia. Alla fine della cena venne spontaneo ritrovarci tutti a pregare nella cappella di Santa Marta. Nella mia stanza il sonno venne subito. Ho dormito benissimo».

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