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31/07/2014 
  
La nave Phoenix I

LA NAVE PHOENIX I

L'iniziativa è dell'imprenditrice Catrambone. «Spero che qualcuno faccia come me»

MAURO PIANTA
TORINO

 

Regina Catrambone, fascino mediterraneo impreziosito da una cadenza appena “sporcata” dall’uso dell’inglese, ha diversi motivi per essere invidiata dalle coetanee. L’avvenenza, appunto. O la carriera. A Malta, dove si è trasferita sette anni fa da Reggio Calabria, guida un’impresa di assicurazioni. Il che significa una certa disponibilità economica. E che dire del matrimonio felice con lo statunitense Christopher (assicuratore pure lui), e di Maria Luisa, la figlia adolescente? Da qualche mese, però, Regina ha qualcosa che nessuno possiede. Almeno per l’uso che intende farne lei: Regina ha appena acquistato in Virginia, nella città di Norfolk, un’imbarcazione di 43 metri insieme con due droni, due velivoli che viaggiano senza pilota grazie a un computer di bordo.
 

La nave, riallestita con un ponte di volo e ribattezzata Phoenix 1, è pronta a salpare per una missione davvero speciale: soccorrere i barconi dei migranti nel Mediterraneo, assistendo le autorità nella ricerca e nel salvataggio di vite umane. È la prima nave “privata” varata per salvare i disperati che cercano fortuna affidandosi alle carrette del mare.

«La nave del Moas (Migrant Offshore Aid Station, l’acronimo con cui è stata chiamata l’operazione) – spiega l’imprenditrice – si apposterà nelle acque internazionali e grazie ai droni Schiebel S-100 Camcopter, che possono volare a 240 km orari e rimanere in volo fino a sei ore, ci verranno segnalate le barche in avaria o in potenziale difficoltà: se i migranti hanno bisogno di coperte, cibo o acqua potremo intervenire tempestivamente. Ma sempre in stretto contatto con le autorità». 
 

Ecco, appunto, le autorità. Non è che il Moas farà “concorrenza” all’operazione Mare Nostrum? «Moas è una Ong, a bordo ci saranno volontari, medici, paramedici, personale specializzato, guidati da Martin Xuereb, ex-capo di stato maggiore delle forze armate di Malta. Il nostro sarà un piccolo contributo, ma speriamo che molti ci seguano. Non vogliamo competere con Italia e Malta: offriremo assistenza alle persone in difficoltà sino all’arrivo delle autorità competenti, salvo emergenze». 
 

Regina ricorda come è nata l’idea. Due, gli episodi decisivi. «Un anno fa, con mio marito, ci stavamo godendo una crociera. Una mattina, vicino alle coste della Tunisia, vidi galleggiare qualcosa: il comandante mi spiegò che si trattava del giubbotto invernale di qualche migrante che aveva provato a raggiungere le coste italiane. Fu un pugno nello stomaco». Il secondo episodio è legato a papa Francesco. «Rammento un appello del Pontefice dopo l’ennesima strage di migranti a Lampedusa. Lui disse che tutti noi dobbiamo contribuire in prima persona ad aiutare gli altri, con i mezzi, le risorse, le capacità che abbiamo. Noi abbiamo provato a muoverci: le parole del Santo Padre sono state il motore e il cuore della nostra iniziativa. Non potevamo rimanere spettatori di questa carneficina».

A proposito di spettatori: che ci farà una regista a bordo del Phoenix 1? «Vogliamo documentare le operazioni, per il successo del progetto e per raccogliere contributi: non solo soldi, ma anche giubbotti di salvataggio, coperte, acqua». Quanto al costo complessivo dell’operazione, Regina preferisce non sbilanciarsi: «Non è stata una passeggiata: ricerca e acquisto dell’imbarcazione, modifiche della stessa, costi operativi. Ci è costato tempo e denaro. La speranza è che anche altri imprenditori possano contribuire. Abbiamo fatto il primo passo, senza perdere tempo, perché in gioco ci sono vite umane».
 

La missione prenderà il via a metà agosto, chissà se il Mediterraneo è pronto per la sua Regina.

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