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 31-05-2013

di Massimo Introvigne

 

Papa Francesco
 

Nell’omelia della Messa del Corpus Domini, celebrata sul sagrato di San Giovanni in Laterano, il Pontefice è partito dalla parola di Gesù «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13) per proporre una meditazione articolata – come capita spesso nel Magistero di Papa Francesco – su tre concetti: sequela, comunione, condivisione. 
L’omelia è stata occasione per ribadire il tema centrale di questi primi mesi d’insegnamento del Pontefice: occorre uscire dai nostri «piccoli recinti», dove troppo spesso i cattolici continuano a parlarsi addosso tra loro, per andare a evangelizzare le «periferie esistenziali», alimentati dall’Eucarestia.

Anzitutto, la sequela. Chi sono le persone cui «dare da mangiare»? Il brano del Vangelo di Luca parla di «folla» o «moltitudine»: «Gesù sta in mezzo alla gente, l’accoglie, le parla, la cura, le mostra la misericordia di Dio». E la «moltitudine» lo ascolta, «perché Gesù parla e agisce in modo nuovo, con l’autorità di chi è autentico e coerente, di chi parla e agisce con verità, di chi dona la speranza che viene da Dio, di chi è rivelazione del Volto di un Dio che è amore». 
Questa moltitudine va al di là dello spazio e del tempo. Comprende anche noi. «Questa sera noi siamo la folla del Vangelo», anche a noi il Signore «parla in silenzio nel Mistero dell’Eucaristia e ogni volta ci ricorda che seguirlo vuol dire uscire da noi stessi e fare della nostra vita non un nostro possesso, ma un dono a Lui e agli altri».

Secondo elemento: la comunione. Nell’episodio dei pani e dei pesci la folla non ha da mangiare. «Di fronte alla necessità della folla, ecco la soluzione dei discepoli: ognuno pensi a se stesso; congedare la folla! Quante volte noi cristiani abbiamo questa tentazione! Non ci facciamo carico delle necessità degli altri, congedandoli con un pietoso: “Che Dio ti aiuti”». Gesù si comporta diversamente: «Voi stessi date loro da mangiare». 
Come sappiamo, i discepoli obiettano: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». E Gesù risponde con il miracolo: «la folla dissetata dalla parola del Signore, è ora nutrita dal suo pane di vita». Questo miracolo lo sperimentiamo anche noi, tutti i giorni: è l’Eucarestia.

Noi siamo quella folla, e l’Eucarestia «ci fa passare dall’essere moltitudine all’essere comunità, dall’anonimato alla comunione. L’Eucaristia è il Sacramento della comunione, che ci fa uscire dall’individualismo per vivere insieme la sequela». 
Nel modo di procedere delle omelie di Papa Francesco alla meditazione segue sempre l’esame di coscienza: «come vivo io l’Eucaristia? La vivo in modo anonimo o come momento di vera comunione con il Signore, ma anche con tanti fratelli e sorelle che condividono questa stessa mensa? Come sono le nostre celebrazioni eucaristiche?».

Terzo elemento: la condivisione: «Che cosa condividono i discepoli? Quel poco che hanno: cinque pani e due pesci. Ma sono proprio quei pani e quei pesci che nelle mani del Signore sfamano tutta la folla». 
I discepoli sono «smarriti di fronte all’incapacità dei loro mezzi, alla povertà di quello che possono mettere a disposizione». Ma da quel poco, messo a disposizione di Dio, nasce il miracolo. «E questo ci dice che nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è “solidarietà”, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto».

«Solidarietà: una parola malvista dallo spirito mondano!», ha esclamato il Papa, con un nuovo riferimento a quella mondanità, a quell’operare per la gloria propria anziché per la gloria di Dio in cui ha più volte denunciato il maggiore pericolo per la Chiesa. 
Nell’Eucarestia invece «sperimentiamo la "solidarietà di Dio" con l’uomo, una solidarietà che mai si esaurisce, una solidarietà che non finisce di stupirci: Dio si fa vicino a noi, nel sacrificio della Croce si abbassa entrando nel buio della morte per darci la sua vita, che vince il male, l’egoismo, la morte».

La nostra povera «capacità di impegno, di solidarietà, di evangelizzazione con l’Eucarestia diventa ricchezza, perché la potenza di Dio, che è quella dell’amore, scende nella nostra povertà per trasformarla». 
Ed ecco un altro esame di coscienza: «adorando il Cristo presente realmente nell’Eucaristia: mi lascio trasformare da Lui? Lascio che il Signore che si dona a me, mi guidi a uscire sempre di più dal mio piccolo recinto per uscire e non aver paura di donare, di condividere, di amare Lui e gli altri?». Se la risposta è sì, allora si tratta – è il tema generale del Magistero di Papa Francesco – di smettere di rimanere chiusi in noi stessi e nelle nostre comunità autoreferenziali, ma uscire «a condividere con Lui e con il nostro prossimo quello che siamo. Allora la nostra esistenza sarà veramente feconda».

 

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