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di Guido Landolina

 

(Terza  parte di tre)

I racconti della Genesi ed i miti delle religioni pagane: anche le anime degli antichissimi si sono ricordate, confusamente.

  In questa trilogia di ‘articoli’ dedicata all’origine delle religioni, abbiamo  affrontato nel primo articolo il tema dell’Origine del Cristianesimo ed in particolare della storicità (e non invenzione ‘mitologica’ dei primi cristiani) dei Vangeli adducendo le ragioni per cui essi dovettero essere scritti non in epoca tarda ma immediatamente dopo la morte, Resurrezione e successiva Ascensione al Cielo di Gesù, quando molti testimoni contemporanei della predicazione evangelica che avevano conosciuto e visto Gesù all’opera erano ancora vivi, a cominciare dagli ebrei che lo avversarono e che avrebbero potuto smentire volentieri i fatti narrati nei Vangeli se fossero stati inventati.
Nel secondo abbiamo approfondito il clima politico, filosofico e religioso dell’Ottocento teso a dimostrare l’origine del tutto umana delle religioni, con particolare riferimento al pensiero dei campioni del positivismo, del modernismo e del razionalismo: Enest Renan. Alfred Loisy e Rudolph Bultmann.
Ora, in questo terzo articolo, per concludere con una spiegazione veramente convincente sul come abbiano avuto origine non solo la religione cristiana ma le altre religioni, mi limiterò a riportare integralmente un capitolo di una mia opera1 in cui commento un brano del Vangelo di Luca2 con riferimento ad un passo dell’Opera di Maria Valtorta 3, passo in cui – prendendo lo spunto dalle reminescenze delle persone rispetto a certe situazioni della vita che talvolta ci pare di aver già vissuto in un’altra vita – viene spiegata l’origine, la vera origine, delle altre religioni.

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15. I racconti della Genesi ed i miti delle religioni pagane: anche le anime degli antichissimi si sono ricordate, confusamente.

Lc 8, 1-3:
In seguito se ne andava egli di città in città e di villaggio in villaggio, predicando e annunziando la buona novella del Regno di Dio, mentre i dodici erano con lui, come pure alcune donne che erano state liberate da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta la Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, procuratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

  Poco tempo dopo il dialogo con lo scriba sulla reincarnazione delle anime e sulla vita eterna dopo il giudizio universale con il corpo glorificato, assistiamo – sempre seguendo l’ordine cronologico degli episodi evangelici così come si desume dall’Opera della nostra mistica – al miracolo della prima moltiplicazione dei pani per alcune migliaia di persone.
È molto bello ed in certi punti anche umoristico con quel solito Tommaso scettico che –  non riuscendo a credere a Gesù che lo invitava a girare fra la gente insieme agli altri apostoli, ognuno con un canestro vuoto, assicurandogli però di aver fede perché il canestro si sarebbe riempito e andando ne sarebbe uscito pane fragrante a volontà – teme di coprirsi di ridicolo e decide di nascondersi, col canestro vuoto, dietro un albero per sbirciare e stare a vedere prima cosa sarebbe successo ai canestri degli altri apostoli.4

  Segue l’episodio di Gesù che cammina sulle acque ed altri ancora, fra i quali quello della parabola sulla necessità di ‘perdonare settanta volte sette’.
Matteo, nel suo vangelo (Mt 18, 18-35) racconta che fu proprio Pietro a chiedere a Gesù quante volte avrebbe dovuto perdonare ad un proprio ‘fratello’.
Fino a sette volte?
Forse Pietro, di cui vi ho raccontato il ‘caratteraccio’ impulsivo, pensava ancora a quel suo cognato di cui avevamo parlato. Non so. Fatto sta che Gesù gli risponde: ‘Non sette, ma settanta volte sette!’.
E Pietro fu servito.
Poi Gesù decide di mandare in missione i settandue discepoli che intanto, a forza di seguirlo ed ascoltarlo, avevano imparato i ‘rudimenti’ fondamentali della evangelizzazione.
Vi chiederete come mai settantadue e non settantuno o settantatre.
Nell’ebraismo si dava molta importanza ai numeri simbolici, numeri che nascondevano un significato profondo.
Dodici, ad esempio, erano le tribù di Israele, dodici gli apostoli, sei volte dodici, cioè settantadue, erano i discepoli.

  Da Gerusalemme Gesù fa tappa a Betania, da Lazzaro, e poi a Gerico per passare infine al di là del Giordano, nella regione chiamata Perea, per poi risalire lungo il corso del Giordano verso la Decapoli e la Galilea.
Come dice Luca in questo brano di vangelo, il gruppo apostolico in quella circostanza era molto numeroso. Vi si erano infatti associate varie donne, fra cui alcune parenti di apostoli, nonché taluni nuovi discepoli.
Giovanna di Cusa, che abbiamo già conosciuto, era una di queste donne.
Poi vi era Maria, detta ‘Maddalena’ perché viveva in una residenza nella bella cittadina di Magdala, sul lago di Tiberiade5.
Maria era la bellissima sorella di Marta, ed era quindi anche sorella di Lazzaro di Betania.
È lei la donna che – un tempo prodiga delle proprie grazie – Gesù aveva liberato da ‘sette demoni’, come si legge nel Vangelo di Luca.
Luca non ha però il coraggio – probabilmente per non ferire la sensibilità di Lazzaro e per difendere l’onorabilità del migliore amico e protettore di Gesù e degli apostoli – di precisare la reale identità di tale donna, cosa che invece farà Giovanni nel suo Vangelo circa cinquanta anni dopo. Ma Lazzaro doveva ormai essere morto da un pezzo…
Anche della Maddalena ho già parlato a lungo, una delle figure spiritualmente più belle e forti che emergono dall’opera della Valtorta.

  Il gruppo era numeroso perché le varie donne, che poi ritroveremo anche sul Calvario, erano venute a Gerusalemme per partecipare alla festa dei Tabernacoli (in autunno, alla fine dei raccolti) e per stare un poco insieme a Gesù: c’era anche la Madonna.
Alcune di loro, convertite o guarite da malattie come si vede bene nell’Opera della nostra mistica, erano anche prodighe di sostegni economici nei confronti del gruppo apostolico che di suo era povero in canna.
Non che mancassero le offerte dei miracolati o della gente del popolo, ma Gesù le utilizzava in gran parte per sovvenire i poveri che incontrava, mentre per il proprio sostentamento e per quello degli apostoli diceva sempre che ci avrebbe pensato la Provvidenza…

  Nel gruppo erano stati nel frattempo accolti anche due personaggi molto particolari: Giovanni di Endor e Sintica.
Il primo era un ex-maestro di scuola, ed anche ex-galeotto, che si era convertito dopo aver incontrato Gesù.
La seconda era una giovane schiava greca.
I due daranno in seguito vita ad alcune delle più belle, intense e toccanti pagine dell’Opera.
Giovanni di Endor nel gruppo si era dedicato alla formazione ‘scolastica’ del piccolo Marziam, un giovinetto dodicenne che era stato adottato da Pietro poiché egli e sua moglie di nome Porfirea non avevano potuto avere figli.
Sintica era una greca colta, dai lineamenti belli e raffinati, che era fuggita dalla casa di un  nobile romano che era al seguito del Proconsole.
Era stata accolta e ‘mimetizzata’ con abiti ebraici fra le donne del gruppo.

  Il contatto con Gesù e con  la dottrina della Buona Novella l’aveva scombussolata perché aveva scardinato le antiche certezze pagane, ma poi l’aveva affascinata.
Il Sinedrio aveva però informatori ovunque, anche fra i discepoli di Gesù per non dire con l’apostolo Giuda che – pur senza essere ancora un traditore – ogni volta che il gruppo apostolico tornava a Gerusalemme riprendeva  a bazzicare i suoi vecchi amici che frequentavano il Tempio senza saper poi tenere bene a freno la lingua.
La conoscenza da parte delle Autorità del Tempio della presenza nel gruppo apostolico di un galeotto e di una schiava fuggitiva, poteva metterli in pericolo. Gesù decide allora di portarsi dietro i due per metterli poi in salvo unendoli entrambi in una missione nella lontana Antiochia, in Siria, dove essi ripareranno ospiti in una bella proprietà agricola di Lazzaro.

  Lazzaro – ne ho già parlato altrove – era politicamente potente, per via del padre che era stato anni addietro un fiduciario di Roma nei territori occupati di Israele ed era anche ricco sfondato.
Non fu mai un ‘discepolo’ in senso proprio, ma fu il più grande amico e protettore di Gesù e degli apostoli.
Gesù gli darà un segno di amicizia, di amore e di profonda riconoscenza con quello strepitoso miracolo della sua resurrezione, ma questo sarà un segno ‘scatenante’ di tale potenza che – come si racconta nel vangelo di Giovanni – sarà alla fine quello che spingerà il Sinedrio riunitosi d’urgenza in seduta segreta (pochi mesi prima della quarta Pasqua del terzo anno di vita pubblica, e cioè un anno e mezzo dopo questi fatti che stiamo narrando ora) a decretare senza altro indugio la cattura e condanna a morte di Gesù prima che diventasse tanto potente fra il popolo da non poter essere più ‘fermato’.
Si trattò di un miracolo che ebbe enorme risonanza anche perché Lazzaro era un personaggio stimato, ricchissimo e  ben conosciuto non solo in tutto Israele ma anche a Roma.

  La notizia della sua resurrezione, quando il suo corpo era nella tomba già da quattro giorni e dopo una malattia simile alla lebbra che avrebbe accelerato il processo di disfacimento della carne, non poteva lasciar pensare ad un caso fortunato di ‘risveglio’ dopo una morte apparente, come talvolta succede anche oggi, e nemmeno a qualche ‘trucco’ escogitato dagli apostoli per irrobustire la fama del loro Maestro.
Molti scribi e farisei – dopo che lui era morto e prima che fosse sepolto – erano infatti passati a Betania davanti al suo corpo in casa a rendere ‘onoranza’ – e lo avevano visto di persona, ben morto, non senza una certa soddisfazione visto che lui era il protettore di quel Gesù che essi odiavano.
La notizia del miracolo si diffuse come un lampo in tutta Israele e tutti, anche quelli rimasti fino ad allora scettici, avevano cominciato a convincersi che Gesù era veramente il Messia ‘condottiero’, il Figlio di Davide, giungendo poi ad osannarlo tempo dopo nella trionfale domenica delle Palme.

I romani – sempre molto ben informati – sapevano che quel Gesù che diceva ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio…’ in realtà non avrebbe fatto male ad una mosca e non avrebbe spinto il popolo ad insorgere.
Il Sommo Sacerdote Caifa, tuttavia – dopo la resurrezione di Lazzaro – strumentalizzò astutamente la paura del Sinedrio che nella popolazione scoppiassero sommosse e che diventasse possibile un intervento repressivo dei romani contro Gerusalemme. Egli riuscì così a strappare anche ai sinedristi più incerti presenti alla seduta l’assenso alla cattura di Gesù alla prima occasione propizia ed alla sua condanna a morte per eliminarlo dalla scena una volta per tutte.

  Per ritornare però dopo questa parentesi al nostro gruppo apostolico in cammino, gli apostoli – lasciata Gerico e giunti al di là del Giordano – incontrano ad un certo punto una carovaniera numerosa e bene armata che trasporta mercanzie.
La guida un mercante, un cavaliere armato fino ai denti di nome Alessandro Misace, che trasporta merci nei suoi vari empori sparsi nelle provincie più lontane e che accetta la richiesta del gruppo di potersi a lui aggregare per ragioni di sicurezza.
Costui era di antica origine ebraica ma non aveva più la fede degli antenati.
Questi si erano sparsi nei territori dell’Oltre-Eufrate qualche secolo prima, probabilmente al tempo delle deportazioni degli ebrei a Babilonia, ma i loro discendenti – di generazione in generazione ed a contatto con popoli e costumi pagani – si erano religiosamente imbastarditi ed ora, dell’ebraismo originario, avevano solo qualche lontano ricordo, come Misace.

  È proprio a proposito di questo che Sintica – la greca – pone a Gesù, nel corso di una sosta notturna, dei quesiti sui ricordi delle anime.
Lo spunto viene offerto da una conversazione fra apostoli e discepoli che ha per oggetto il mercante.
Una parte dei presenti dorme, gli altri – tutti riuniti in uno stanzone – chiaccherano.
Giuda d’Alfeo, l’apostolo cugino di Gesù, osserva – alludendo ad Alessandro Misace – come sembri quasi impossibile che un ebreo della religione giusta, tramandata e assimilata per secoli e secoli, possa aver perso tutto questo prezioso retaggio…

  Ecco dunque cosa vede in visione e cosa ascolta Maria Valtorta nel brano citato in premessa:

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286. A Ramot con il mercante Alessandro Misace.
Lezione a Sintica sul ricordo delle anime.

(….)
Nella lunga sera ottobrina, tutti riuniti in una vasta stanza dell’albergo, i pellegrini attendono di coricarsi. In un angolo, tutto solo, è il mercante intento ai suoi conti. Nell’angolo opposto, Gesù con tutti i suoi. Non vi sono altri ospiti. Dalle stalle vengono ragli, nitriti e belati, il che fa supporre siano presenti nell’albergo altre persone. Ma forse sono già a letto.
Marziam si è addormentato in braccio alla Madonna, dimenticandosi di colpo di essere “un uomo”. Pietro sonnecchia, e non è il solo a farlo. Anche le bisbiglianti donne anziane si sono mezze addormentate e tacciono. Sono ben desti Gesù, Maria, le sorelle di Lazzaro, Sintica, Simone Zelote, Giovanni e Giuda.
Sintica sta frugando nel sacco di Giovanni di Endor come per cercarvi qualche cosa. Ma poi preferisce venire vicino agli altri e ascoltare Giuda d’Alfeo, che parla delle conseguenze dell’esilio di Babilonia terminando: « … e forse quell’uomo è ancora una conseguenza di quello. Ogni esilio è una rovina… ».
Sintica fa un cenno involontario col capo ma non dice nulla, e Giuda d’Alfeo termina: «Però è strano che con tanta facilità uno si possa spogliare di ciò che è tesoro di secoli per divenire tutto nuovo, specie in queste cose di religione, e di religione quale è la nostra… ».
Gesù risponde: « Non ti deve stupire se in seno ad Israele contempli Samaria ».
Un silenzio… Gli occhi scuri di Sintica guardano fisso il profilo sereno di Gesù. Guarda con intensità. Ma non parla. Gesù sente quello sguardo e si volta a guardarla.
« Non hai trovato nulla di tuo gusto? ».
« No, Signore. Sono giunta al punto di non poter più conciliare il passato col presente, le idee di prima con quelle di ora. E mi pare quasi una defezione, perché le idee di prima mi hanno proprio aiutato ad avere quelle di ora. Diceva bene il tuo apostolo… Però la mia è una felice rovina ».
« Cosa ti si è rovinato? ».
« Tutta la fede nell’Olimpo pagano, Signore. E sono però un poco turbata, perché leggendo la vostra Scrittura – me l’ha data Giovanni, e la leggo perché senza conoscenza non vi è possesso – ho trovato che anche nella vostra storia… degli inizi, dirò così, vi sono fatti non molto diversi dai nostri. Ora io vorrei sapere… ».
« Ti ho detto: chiedi e lo risponderò ».
« E tutto errore nella religione degli dèi? ».
« Sì, donna. Non vi è che un Dio, il quale non si genera da altri, non soggiace a ciò che sono le passioni e i bisogni umani, un Dio unico, eterno, perfetto, creatore».
« lo lo credo. Ma voglio potere rispondere, non con una forma che non accetta discussione, ma con una che discute per convincere, alle domande che altri pagani potrebbero rivolgere a me. lo da me stessa, e per virtù di questo Dio benefico e paterno, mi sono data risposte informi ma sufficienti a dar pace al mio spirito. Ma in me c’era la volontà di raggiungere la Verità. Altri saranno meno ansiosi di me di questa. Eppure dovrebbe in tutti aversi questa ricerca. Io non intendo rimanere inerte presso le anime. Ciò che ho avuto vorrei dare. Per dare devo sapere. Dammi di sapere e ti servirò in nome dell’amore. Oggi, per via, mentre osservavo le montagne, e certi aspetti mi riportavano vive alla memoria le catene dell’Ellade e le storie della Patria, per associazione di idee mi si è presentato il mito di Prometeo, quello di Deucalione… Avete voi pure qualcosa di simile nella fulminazione di Lucifero, nell’infusione della vita nell’argilla e nel diluvio di Noè.
Concomitanze lievi, ma che pure sono un ricordo…
Ora dimmi: come potemmo noi saperle se nessun contatto fu tra noi e voi, se voi le aveste certo prima di noi, e noi le avemmo, né vi è origine di come le avemmo? Ci ignoriamo ora, in tante cose.
Come allora, millenni indietro, noi avemmo leggende che ricordano le vostre verità? ».
« Donna, tu meno di altri me lo dovresti chiedere. Perché tu hai letto opere che potrebbero da sole rispondere a questo tuo perché. Oggi tu, per associazione di idee, dal ricordo dei tuoi monti natii sei passata al ricordo dei miti natii ed a confronti. Non è vero? Perché ciò?».
« Perché il mio pensiero risvegliato si ricordò ».
« Benissimo. Anche le anime degli antichissimi, che hanno dato una religione alla tua terra, si sono ricordate. Confusamente, come può farlo un imperfetto, un separato dalla religione rivelata. Ma si sono sempre ricordate. Nel mondo sono molte religioni. Orbene, se noi avessimo qui, in un quadro chiaro, tutti i particolari di esse, vedremmo che vi è come un filo aureo sperso fra il molto fango, un filo che ha nodi nei quali sono chiusi brandelli della Verità vera ».
« Ma non veniamo tutti da un ceppo? Tu lo dici. Allora perché gli antichi degli antichi, venienti dal ceppo originario, non hanno saputo portare con sé la Verità? Non è ingiustizia questo averneli privati? ».
«Hai letto la Genesi, non è vero? Che hai trovato? Un peccato complesso al suo inizio, un peccato abbracciante i tre stati dell’uomo: materia, pensiero e spirito. Poi un fratricidio. Poi un duplice omicidio a controbilanciare l’opera di Enoc di tenere luce nei cuori; poi corruzione, unendosi, per libidine di senso, i figli di Dio con le figlie del sangue. E nonostante la purificazione del diluvio e il rifacimento della razza da buon seme – non da sassi come è detto nei vostri miti, così come non da rapimento di fuoco vitale per opera d’uomo, ma per infusione di Fuoco vitale per opera di Dio s’era animata la prima argilla modellata da Dio a sua immagine e a forma d’uomo – ecco di nuovo il fermento superbo, l’oltraggio a Dio: “Tocchiamo il Cielo”, e la maledizione divina: ‘Siano dispersi e non si comprendano più”… E l’unico ceppo, come acqua che urtando un sasso si disperde in rivoli né più si unisce, ecco che si divise, la razza si separò in razze. L’Umanità, messa in fuga dal suo peccato e dalla punizione divina, ecco spargersi e non più riunirsi, portando seco la confusione che superbia aveva creato.
Ma le anime ricordano. Qualcosa resta in loro sempre. E le più virtuose e sapienti intravvedono una luce, seppure debole, nelle tenebre dei miti: la luce della Verità. È questo ricordo della Luce, vista ante vita, quello che agita in loro delle verità in cui sono brandelli della Verità rivelata. Mi hai compreso? ».
« In parte. Ma ora ci penserò. La notte è amica di chi pensa e in sé si raccoglie».
« Allora andiamo a raccoglierci ognuno in se stesso. Andiamo, amici. La pace a voi donne, la pace a voi discepoli miei. La pace a te, Alessandro Misace ».
« Addio, Signore. Dio sia con Te » risponde il mercante inchinandosi…

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15.2 La polemica degli ‘anticreazionisti’ contro i racconti della Genesi

  Avrete forse notato che quel colloquio fra Gesù e Sintica sul ricordo delle anime occupa un paio di pagine, quindi poco più di cinque minuti di dialogo in tempo reale.
Ma quante ‘luci’! Proviamo a meditarci sopra.
Sintica sta attraversando una piccola crisi di dubbi spirituali. Lei è già approdata sulla sponda del cristianesimo ma le sono rimasti degli ‘affetti’ sulla sponda pagana di partenza.
Ella comprende che Gesù, con la sua dottrina, le fornisce tutte le risposte giuste ma non sa darsi pace all’idea che la religione pagana degli dei sia tutta un inganno, e soprattutto non sa spiegarsi come, fra i popoli pagani, si rilevino dei racconti ‘mitici’ che hanno tuttavia una qualche rassomiglianza con le verità insegnate dall’Antico Testamento.
È tutto errore, dunque, nelle religioni degli dei?
Oppure, a causa di questa assonanza di miti, non vi è in queste religioni la Verità?

  Sintica vorrebbe esserne convinta razionalmente, e non solo per fede, perché poi vorrebbe poter convincere a  sua volta razionalmente i pagani con i quali lei verrà in futuro in contatto e che fede, all’inizio, non hanno.
Mi piace Sintica, indipendentemente dalla bellezza, perché lei è soprattutto una ‘razionalista’, insomma un tipino come me, anche se al femminile: lei non è ‘curiosa’, ma vuol capire per poter poi spiegare.
Sintica trova ad esempio nei miti pagani di Prometeo e di Deucalione delle assonanze con i racconti per certi versi analoghi dell’Antico Testamento, come ad esempio quello della caduta di Lucifero, l’infusione del soffio della vita umana nell’uomo creato dal fango, il diluvio universale di Noè.
Da allora – si domanda Sintica – sono trascorsi millenni, ma i miti pagani  pur stravolti derivavano forse dalle verità originarie dell’Antico Testamento?

  Attenzione, questa è una domanda ancora attuale oggi, a livello di speculazione scientifica e antropologica.
Nella mitologia greca Prometeo era uno dei titani. Insieme a suo fratello Epimeteo ha il compito di creare gli esseri umani e gli animali, conferendo loro le doti necessarie per sopravvivere. Epimeteo procede di conseguenza, concedendo agli animali il dono del coraggio e della forza, insieme a piume, pellicce ed altri indumenti protettivi. Quando viene il momento di creare un essere superiore a tutte le altre creature viventi, Epimeteo scopre di non aver più nulla da donargli. È costretto a chiedere aiuto al fratello, e Prometeo lo sostituisce nel compito della creazione. Per rendere gli uomini superiori agli animali, Prometeo li plasma più nobilmente e li abitua a camminare eretti, poi sale in Cielo e accende una torcia infuocata: il dono del fuoco che egli elargisce all’umanità, considerato più prezioso di tutti i doni ricevuti dagli animali…

  Deucalione era figlio di Prometeo e re di Ftia, in Tessaglia, all’epoca in cui il dio Giove, considerando la razza umana troppo afflitta da vizi, volle distruggerla con un diluvio.
Avvertito da Prometeo della sciagura imminente, il figlio Deucalione costruì una imbarcazione con cui raggiunse la vetta del monte Parnaso, mentre per nove giorni e nove notti Giove mandava sulla terra torrenti di pioggia.
Solo Deucalione e la sua sposa Pirra si salvarono, perché erano gli unici giusti rimasti.
Terminato il diluvio, l’oracolo di Delfi ordinò loro di coprirsi la testa e gettare dietro le spalle le ossa della madre: comprendendo che l’oracolo alludeva alle pietre, ‘ossa’ della Madre Terra,  i due ubbidirono e videro nascere uomini dalle pietre scagliate da Deucalione, donne dalle pietre scagliate da Pirra.
Dai loro figli nacquero poi i discendenti di varie altre nazioni.

  Difficile non riscontrare forti analogie con i fatti narrati nella Genesi dell’Antico Testamento, in particolare con il racconto della creazione dell’uomo da parte di Dio, del diluvio universale, dell’arca  di Noè il quale – sopravvissuto al diluvio con la moglie e con i tre figli e nuore – dette origine ad un nuovo ciclo di riproduzione della razza umana.
Si tratta di analogie che hanno fatto gridare di esultanza molti razionalisti contestatori della Genesi e dell’idea che l’uomo sia stato creato da Dio, ben lieti di poter sostenere che la Genesi non è altro che uno dei tanti miti di quell’epoca, redatto in una forma diversa, e che quindi essa vada rigettata in blocco insieme a quel concetto ‘stravagante’ del Peccato originale che rende coerente l’idea di un Dio-Verbo (Gesù Cristo) che si incarna per redimerci e insegnarci la Verità e la Via per riaprirci le porte del Cielo.

  Al giorno d’oggi molti evoluzionisti, antropologi, paleontologi e geologi preferiscono credere che l’Universo si sia creato da sé e che la vita si sia pure autogenerata e quindi evoluta sempre da sé in un percorso ipotetico di milioni e milioni di anni.
Essi negano il racconto della creazione dell’uomo contenuto nella Genesi, sperando di scovare prima o poi reperti di uomini-scimmia (come sperarono a suo tempo potesse essere stato il  cosiddetto ‘uomo di Neanderthal’) che forniscano la ‘prova’ mai finora trovata, cioè il cosiddetto ‘anello mancante’ della catena evolutiva per dimostrare che l’uomo non è stato creato da Dio ma che è solo il discendente evoluto di una scimmia.
E come loro anche tanti teologi modernisti d’avanguardia – alla Renan, alla Loisy e alla Bultmann, per intenderci – che considerano pure essi l’Antico Testamento una raccolta di miti.
‘Mitico’ – secondo tutti costoro – il racconto dell’angelo ribelle Lucifero, cacciato all’inferno per aver osato sfidare Dio, mitico e infantile il racconto dell’uomo creato da Dio col ‘fango’, (che nella Genesi rappresenta invece allegoricamente i minerali di cui sono costituiti sia la terra che il corpo umano), infondendogli dentro il suo ‘soffio di vita’, (che, sempre allegoricamente, simboleggia l’infusione da parte di Dio dell’anima spirituale).
Mitico ancora il racconto del Peccato originale – con quella storia a parer loro risibile della punizione di Adamo ed Eva per quell’innocuo frutto mangiato – senza immaginare che il divieto dato ai Primi Due di cogliere il frutto aveva per Dio un valore simbolico di prova per saggiare la loro volontà di ubbidienza, e quindi il loro ‘amore’ e riconoscenza verso il loro Creatore che li aveva fatti ‘re’ della terra.
Mitico e infantile pure il racconto di quell’improbabile Serpente che parlò ad Eva, senza sapere che il ‘Serpente’ era allegoria di Satana, simbolo cioè di un Nemico che come un serpente striscia e si nasconde per poi cogliere di sorpresa ed uccidere spiritualmente l’uomo.
Mitica infine la storia della torre di Babele con quella incomprensione del linguaggio che portò successivamente alla dispersione del popolo originario con differenziazioni delle lingue.

  La Genesi (11, 1-9) racconta infatti:

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Torre di Babele. Dispersione dei popoli.
Tutta la terra aveva un medesimo linguaggio e usava le stesse parole. Or avvenne che gli uomini, emigrando dall’oriente, trovarono una pianura nella regione del Sennaar e vi si stabilirono.
E dissero l’un l’altro: «Su, facciamo dei mattoni e cociamoli al fuoco».
E si servirono di mattoni invece che di pietre e di bitume in luogo di calce.
E dissero: «Orsù, edifichiamoci una città e una torre la cui cima penetri il cielo. Rendiamoci famosi per non disperderci sulla faccia della terra».
Ma il Signore scese a vedere la città e la torre, che gli uomini costruivano, e disse: «Ecco, essi formano un popolo solo e hanno tutti un medesimo linguaggio: questo è il principio delle loro imprese.
Niente ormai li impedirà di condurre a termine tutto quello che si propongono. Orsù, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio, in modo che non si intendano più gli uni con gli altri».
Così il Signore di là li disperse sulla faccia di tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città, la quale fu chiamata Babel, perché ivi il Signore confuse il linguaggio di tutta la terra e di là li disperse sulla faccia di tutta la terra.

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Forse che a Dio non piacevano le mostruosità edilizie come i grattacieli d’oggi, simboli anch’essi della mentalità di Babele?
Può darsi, ma Dio era in realtà disgustato dal pensiero che leggeva nei loro cuori e che li portava ad erigere quella costruzione: uno smisurato orgoglio e superbia umana che lasciavano presagire molto peggio per il futuro se Dio non li avesse fermati.
Le punizioni che Dio infligge all’Umanità non sono ‘vendette’ ma sempre – paternamente parlando - punizioni terapeutiche, per amore, per spingerla a correggersi, a purificarsi ed evitare errori ancora maggiori.
Se l’uomo è spirito in carne umana, e se lo spirito sopravvive al corpo, è lo spirito quello che deve essere salvato per l’eternità, non necessariamente il corpo che è utile solo a questa vita terrena limitata.

  Lucifero si perse per orgoglio e superbia, e così pure i due progenitori che su sua suggestione vollero competere in potere e conoscenza con Dio appetendo al frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male.
Si perde facilmente l’uomo che, anziché dare gloria a Dio, pone superbamente se stesso al centro di tutto e che – come oggi con una scienza che più scopre le meraviglie di Dio e più lo nega, e che la vita intende crearla essa stessa con la clonazione – pretende di sfidare Dio portandosi alle sue ‘altezze’.
Anche il popolo di Babele voleva arrivare alle altezze di Dio ma, per qualche misterioso ‘miracolo’ linguistico di cui ci è ignota la natura (ma che potrebbe essere il contrario di quel fenomeno capitato agli apostoli dopo la Pentecoste, per cui essi parlavano le lingue straniere degli altri o gli altri li percepivano come se gli apostoli – anziché nella propria – parlassero nella loro specifica lingua) ecco che qui a Babele gli uomini che fino a quel momento parlavano una stessa lingua smettono ad un certo punto di ‘comprendersi’, oppure Dio fa più semplicemente insorgere dissensi fra gruppi. Questi non si intendono proprio più, non vanno più d’accordo, non resta loro che separarsi e cercarsi – tribù per tribù – un  territorio diverso, dando poi origine nei millenni alla varietà attuale di razze, popoli ed idiomi.

  La filologia moderna ha scoperto cose interessantissime sulle radici comuni di linguaggio e di suoni fra gli idiomi di popoli oggi lontanissimi fra di loro.
È da quell’episodio, meno tragico del diluvio ma non meno dirompente, che il genere umano, prima unito in un unico popolo ed un’unica cultura, si divise e si differenziò. Dio voleva infatti popolare la terra data all’uomo in dono e – scrivendo dritto sulle righe storte e volgendo il male in bene – ottenne lo scopo in questa maniera.
A questi critici – come sfugge il significato di ‘prova’ costituito da quell’unico divieto di mangiare il frutto dell’albero della Conoscenza del Bene e del Male – sfugge anche il significato di ‘sfida a Dio’ insito nella decisione di quegli uomini di costruire quella ‘torre’ che doveva toccare il Cielo a dimostrazione della loro orgogliosa ‘potenza’.

  Il fatto che questi episodi dell’Antico testamento facciano anche parte della memoria storica di altre antiche religioni o culture dimostra dunque – secondo questi ‘negatori’ ad oltranza, gli ‘anticreazionisti’ – non che le altre culture hanno preso gli episodi a prestito dall’Antico Testamento ma che gli ebrei li hanno ‘rubati’ agli altri, spiritualizzandoli.
I loro avversari, i creazionisti – scienziati ed intellettuali che intendono dimostrare invece la scientificità e quindi la verità dei racconti della Genesi – adducono altri argomenti geologici, paleontologici, antropologici e filologici per dimostrare che non si tratta affatto di miti e che in realtà la Genesi non ha fatto altro che raccogliere, su ispirazione ed illuminazione divina, quella che è la sostanza della storia antica dell’Umanità, adombrata e narrata ai posteri nella veste letteraria di un racconto ‘mitico-poetico’ in conformità alla formazione culturale e psicologica degli uomini antichissimi di quell’epoca.
Sarebbero semmai gli altri popoli – ammesso che copiatura vi sia stata – quelli che avrebbero mutuato i concetti della cultura religiosa ebraica adattandoli alla propria cultura e religione pagana.

  La polemica scientifica ed intellettuale – che da parte degli ‘anticreazionisti’ ha una forte connotazione di prevenzione ideologica anticristiana – è ancora oggi feroce.
I ‘creazionisti’ mi hanno però convinto molto di più, nonostante che io una volta fossi stato un anticreazionista-neanderthaliano, insomma una sorta di ‘uomo-scimmia’ anch’io.
Ma, ora, il Gesù valtortiano fornisce una spiegazione che va ancora oltre le più rosee aspettative dei ‘creazionisti’ e che modifica profondamente – in senso spirituale – l’ottica con la quale guardare a questi racconti.
Quella di Gesù è una spiegazione che va a completare, mettendo l’ultima tessera di mosaico, anche quel discorso che avevo fatto all’inizio di questo libro in merito all’origine delle religioni.
Avevamo allora detto che la fede è uno ‘stato necessario’ dell’uomo, perché le religioni scaturiscono dalla ‘necessità di Dio’ che emerge dal profondo dell’anima dell’uomo, anima che – nell’attimo creativo – per un istante ha ‘visto’ la Verità, prima di incarnarsi nell’embrione umano dove Dio la manda affinché essa faccia le sue esperienze di spirito in carne umana e compia la sua missione in terra.
L’anima conserva però il ricordo di Dio a livello inconscio, per cui tutti gli uomini di tutte le razze ricercano in qualche modo Dio del quale si fanno una loro ‘idea’ anche in base alle loro tradizioni e cultura, costruendosi  delle religioni più o meno vicine alla Verità.

  Gesù ci fa capire qui che i miti somiglianti dei vari popoli, non sono tanto la conseguenza di una scopiazzatura fra un popolo e l’altro, scopiazzatura che in qualche caso o in parte potrà magari anche esserci stata, quanto soprattutto del fatto che le ‘anime’ di quegli antichissimi uomini pagani che hanno dato vita alle loro religioni si erano ‘ricordate’ di qualcosa, confusamente.
Bisogna aver chiara la nozione di anima, che è il nostro complesso psichico, composto di conscio ed inconscio.
Bisogna aver pure chiaro il concetto di anima animale e di anima spirituale.
La prima è un principio intelligente che hanno tutti gli animali in genere, e quindi anche l’uomo, e che consente loro di riprodursi e sopravvivere per i fini della specifica ‘missione’.
È un principio che si trasmette carnalmente con la riproduzione della specie ma che si estingue con la morte del corpo.
La seconda è un principio spirituale, pure intelligente, che viene creato di volta in volta da Dio e donato solo a quella creatura superiore che è l’uomo, infuso nell’embrione umano ed unito all’anima animale, ma che sopravvive in eterno alla morte del corpo.

  L’anima spirituale è destinata al Paradiso o all’Inferno a seconda di come l’uomo si è condotto in vita.
Dopo l’incarnazione nell’embrione l’anima ‘spirituale’ perde la coscienza vigile della Verità (e vi pregherei al riguardo di perdonare l’inadeguatezza del mio linguaggio per cercare di spiegare concetti difficili) che essa ha precedentemente intravisto nell’attimo sfolgorante creativo e…dimentica, anche se dal subconscio emerge talvolta qualche ricordo.
San Paolo, in una delle sue lettere, precisa che l’uomo è costituito da tre distinte realtà: spirito, anima e corpo.
Lo precisa in due brani diversi, il che ci rassicura non essersi trattato di errore.
Ed è proprio l’anima spirituale, cioè lo spirito, una sorta di ‘anima dell’anima’, quella che – a livello inconscio  – si ricorda qualcosa della Verità.
Da un ricordo nebuloso e confuso che sembrava emergere dentro di loro come da una memoria lontana, come da una intima convinzione, questi uomini antichissimi hanno dato corpo ad una loro ‘sensazione’ interiore della Verità, cioè ad una loro ‘idea’ di Dio e di religione, lavorandoci poi sopra  a livello di io-cosciente con un poco di fantasia, per rendere tutto coerente alla loro immaginazione e cultura.
  È questa l’origine di taluni miti delle religioni pagane.

  Le anime di questi antichi antenati si sono ricordate solo ‘confusamente’ di quei fatti remoti perché ormai esse non facevano più parte – distaccate come erano dal ceppo originario della religione giusta, religione rivelata da Dio – della religione rivelata per eccellenza, e quindi non erano più illuminate da Dio se non attraverso barlumi della Verità vista nel momento creativo che emergevano a sprazzi dal loro subconscio.
E a chi nutrisse dubbi sulla possibilità che dal proprio subconscio possano affiorare ricordi dimenticati dall’io-cosciente, basti leggere qualche testo scientifico di psicanalisi o di psicologia dell’inconscio con quei casi di repertorio in cui viene realizzata sul soggetto una regressione ipnotica che lo porta poi a fare emergere fatti e sensazioni non solo dell’età natale ma addirittura prenatale, nel seno della madre.

                                                            (Fine)

1 Guido Landolina: “Il Vangelo del ‘grande’ e del ‘piccolo’ Giovanni” – Vol. III, Cap. 15 – Ed. Segno. L’opera è anche liberamente scaricabile dal Sito internet dell’autore www.ilcatecumeno.net

2 La Sacra Bibbia: ‘Il Vangelo secondo Luca’ – Ed. Paoline, 1968

3 Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. IV – Cap. 290 – Centro Ed. Valtortiano)

4 Guido Landolina: “Il Vangelo del ‘grande’ e del ‘piccolo’ Giovanni” – Vol. I, Cap. 11 – Edizioni Segno – Vedi Sito autore www.ilcatecumeno.net

5 Guido Landolina: “I Vangeli di Matteo, Marco, Luca e del ‘piccolo’ Giovanni” – Cap. 4: Pietro: ‘Non, sai. Dal lago e dal mestiere ho imparato diverse cose, e una è questa: che pesce d’acqua dolce e di fondale non è fatto per acqua salsa e corsi vorticosi’ – Vol. I, Ed. Segno – vedi Sito internet dell’autore www.ilcatecumeno.net

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