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 30-07-2013

di Massimo Introvigne

giovani ascoltano il Papa alla Gmg di Rio

 

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Papa Francesco è tornato in Italia dopo avere salutato i volontari della GMG e averli ancora una volta ammoniti a superare la «cultura del provvisorio». Condividendo con i giovani la storia della sua vocazione sacerdotale, il Papa ha affermato che «Dio chiama a scelte definitive». Se alcuni – ancora oggi, anche se percepire la chiamata di Dio si è fatto più difficile – sono chiamati al sacerdozio e alla vita religiosa, altri «sono chiamati a santificarsi costituendo una famiglia mediante il Sacramento del matrimonio. C’è chi dice che oggi il matrimonio è “fuori moda”. E' fuori moda? [No…]. Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare contro corrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente». E in un'intervista alla radio diocesana di Rio Francesco ha aggiunto che «la famiglia è importante, è necessaria per la sopravvivenza dell’umanità. Se non c’è la famiglia, è a rischio la sopravvivenza culturale dell’umanità. La famiglia, ci piaccia o no, è la base».

Che cosa resta della GMG? Il primo dato su cui riflettere è quello quantitativo. Nella sociologia della religione i numeri sono sempre importanti: è un campo dove – come ama dire il mio amico e maestro Rodney Stark – «chi non conta non conta», chi trascura il dato numerico finisce per fare affermazioni irrilevanti. Nessuno oggi in Occidente – il mondo islamico, l'India, anche le Filippine cattoliche hanno talora numeri ancora più grandi – è in grado di radunare tre milioni di persone. E la Chiesa alla GMG le ha radunate per la preghiera e la Messa, non per un concerto rock. Piaccia o no, in un momento di crisi che non è solo economica, alla fine la Chiesa appare come l'unica presenza credibile.

A ogni GMG assistiamo alla solita litania di commenti giornalistici secondo cui tutto questo non cambia niente, si va a vedere il Papa come una qualunque superstar della musica o dello sport, tornati a casa questi giovani continueranno a vivere da pagani, a non andare in chiesa e a infischiarsi della morale cattolica. Sono commenti vecchi. Trascurano decine di studi sociologici su come, particolarmente in Italia,  la «generazione Giovanni Paolo II» – quella delle grandi GMG – abbia effettivamente invertito le statistiche e i numeri, frenando l'emorragia di presenze giovanili nelle chiese e regalando alla Chiesa un gran numero di giovani non solo presenti, ma impegnati. È certamente possibile che fra quei tre milioni di persone ci fossero dei semplici curiosi. Ma ci sono state anche migliaia di confessioni. Certo, le GMG non hanno alcun effetto magico o miracoloso. Perché cambino la Chiesa e la società – per esempio, perché da questo consenso intorno alla Chiesa nascano anche conseguenze  politiche che portino a contrastare leggi immorali come quelle sull'aborto, le unioni omosessuali, l'omofobia – occorrono infinite mediazioni, ed è necessaria una classe politica cattolica ben formata che, come ebbe a dire Benedetto XVI, «non s'improvvisa». Tuttavia un intellettuale molto critico nei confronti del cristianesimo come Alain de Benoist a proposito dell'oceanica «Manif pour tous» in Francia ha affermato che quelle folle – non convocate da nessuno, e i cui numeri restano un mistero per molti commentatori – erano in gran parte le «generazioni GMG», salvo criticarle perché, in quanto cristiane e non violente, si sono lasciate malmenare dai poliziotti anziché, come avrebbe preferito lui, attaccare le caserme della polizia.

Il Papa è consapevole dei rischi, ma anche delle possibilità. Ha ripetuto che la GMG non è finita, comincia ora. Ha proposto ai giovani una «rivoluzione copernicana»: rovesciare il tavolo della post-modernità, dove la cultura dominante ci seduce sussurrandoci che è giusto mettere al centro «io», cambiare tutto e mettere invece al centro Dio. E «uscire», uscire, uscire – un verbo ripetuto cento volte da Papa Francesco -, smetterla di rimanere nelle parrocchie, nei movimenti, nelle riunioni senza fine di Conferenze Episcopali che soffrono di «elefantiasi» per andare a evangelizzare la maggioranza che in chiesa non ci va più. Perché anche tre milioni sono pochi, rispetto alle decine di milioni di lontani dalla Chiesa.

Nel discorso più importante fra quelli che ha finora pronunciato nel suo pontificato, ai vescovi latino-americani del CELAM, Francesco ha affermato che il tempo dell'evangelizzazione può essere solo il presente. Ha criticato l'utopismo di chi vive in improbabili futuri, chiede i preti sposati, le donne prete e la comunione ai divorziati e non si accorge che non sono questi i temi che davvero interessano all'immenso popolo dei disperati, lasciati soli dalla globalizzazione che pure – ha detto Francesco – ha anche «aspetti positivi». E ha criticato anche l'utopia del passato, che pensa sia possibile tornare indietro a un'epoca che non c'è più. Con un riferimento storico certo suscettibile di approfondimenti, Papa Francesco ha definito l'utopia progressista del futuro «gnostica» e quella ultra-conservatrice del passato «pelagiana». Non è immediatamente evidente come il riferimento all'eresia di Pelagio (360-420), il monaco irlandese che riteneva possibile salvarsi solo con il proprio sforzo intellettuale e le buone opere, senza bisogno della grazia, sia pertinente per gli ultra-conservatori di oggi. Ma è possibile che Francesco lo desuma dal cardinale Joseph Ratzinger il quale aveva parlato anche lui di pelagianesimo con riferimento a  coloro che nella Chiesa cercano «non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine». 

Al di là dei riferimenti storici, dobbiamo essere attenti a cogliere l'essenziale del messaggio di Francesco, senza metterci alla sequela improvvida di chi cerca nelle parole del Papa un sostegno alla sua fazione o corrente, o al contrario si sente preso di mira e si risente. Quando poniamo la nostra fiducia nella nostra scienza e nel nostro sapere anziché nella dottrina della Chiesa siamo tutti gnostici, e quando pensiamo di salvarci con le nostre opere e le nostre certezze – fossero pure «tradizionali» – anziché ripetere a noi stessi tutti giorni che solo la grazia di Dio salva siamo tutti pelagiani. E nell'uno e nell'altro caso continueremo a parlarci addosso, a considerare fondamentali cose che interessano solo a noi e a pochi altri, mentre là fuori c'è tutto un mondo disperato da evangelizzare. Rimanendo nelle nostre conventicole autoreferenziali – non importa di quale segno ideologico – non riusciremo a «uscire», che è quanto il Papa ci chiede. E lo zelo amaro non ci renderà felici. «Abbiate il coraggio di essere felici», ha detto Francesco ai giovani. È la lezione più profonda della GMG. 

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