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A cura di Giovanna Busolini

Aprendo oggi la posta elettronica trovo questo articolo di Massimo Introvigne (relatore fra l’altro ad uno dei passati Convegni su Maria Valtorta a Viareggio) e tra le altre cose la conferma che la notizia  che a Sebaste, in Samaria erano conservate le reliquie di S. Giovanni Battista era vera :

L’udienza. Giovanni Battista, la verità senza compromessi

di Massimo Introvigne

Proseguendo un ciclo di udienze del mercoledì che seguono le memorie liturgiche del giorno, il 29 agosto 2012 Benedetto XVI ha proposto una meditazione sul martirio di san Giovanni Battista, l’unico santo del quale il calendario della Chiesa celebra sia la nascita, il 24 giugno, sia il martirio. Il Papa ricorda come la festa del 29 agosto trova le sue origini nella dedicazione di una cripta di Sebaste, in Samaria, dove, almeno fin dalla metà del secolo IV, si venerava il capo del santo. «Il culto si estese poi a Gerusalemme, nelle Chiese d’Oriente e a Roma, col titolo di Decollazione di san Giovanni Battista. Nel Martirologio Romano si fa riferimento a un secondo ritrovamento della preziosa reliquia, trasportata, per l’occasione, nella chiesa di S. Silvestro a Campo Marzio, in Roma».

Ancora una volta, questi «piccoli riferimenti storici» non sono semplici curiosità, ma «ci aiutano a capire quanto antica e profonda sia la venerazione di san Giovanni Battista». A questa venerazione ha dato impulso la stessa Sacra Scrittura: «san Luca ne racconta la nascita, la vita nel deserto, la predicazione, e san Marco ci parla della sua drammatica morte».
Che cosa, dunque, sappiamo con certezza del santo? «Giovanni Battista inizia la sua predicazione sotto l’imperatore Tiberio[42 a.C.-37 d.C.], nel 27-28 d.C., e il chiaro invito che rivolge alla gente accorsa per ascoltarlo, è quello a preparare la via per accogliere il Signore, a raddrizzare le strade storte della propria vita attraverso una radicale conversione del cuore (cfr Lc 3, 4)». Sbaglia però tutta quella storiografia che fa del Battista il leader di un movimento profetico autonomo. La sua figura acquista significato solo in riferimento a Gesù Cristo. Giovanni «ha la profonda umiltà di mostrare in Gesù il vero Inviato di Dio, facendosi da parte perché Cristo possa crescere, essere ascoltato e seguito».
Infine, il martirio: «come ultimo atto, il Battista testimonia con il sangue la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione». Il Papa cita un’omelia di san Beda (672-735), il quale spiega perché il Battista è già un martire di Gesù Cristo: «San Giovanni per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità. (cfr Om. 23: CCL 122, 354). E non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità». «Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio».
La figura di san Giovanni rifulge oggi nella sua «forza nella passione, nella resistenza contro i potenti». Ma ora possiamo chiederci: «da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù?». La risposta, afferma il Pontefice, «è semplice», e ci riporta al tema generale della «scuola della preghiera» di Benedetto XVI. Nasce «dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza».
La stessa nascita di Giovanni avviene sotto il segno della preghiera. «Giovanni è il dono divino lungamente invocato dai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta (cfr Lc 1,13); un dono grande, umanamente insperabile, perché entrambi erano avanti negli anni ed Elisabetta era sterile (cfr Lc 1,7); ma nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,36). L’annuncio di questa nascita avviene proprio nel luogo della preghiera, al tempio di Gerusalemme, anzi avviene quando a Zaccaria tocca il grande privilegio di entrare nel luogo più sacro del tempio per fare l’offerta dell’incenso al Signore (cfr Lc 1,8-20)». E, quando il bambino nasce, «il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria eleva al Signore e che recitiamo ogni mattina nelle Lodi, il “Benedictus”, esalta l’azione di Dio nella storia e indica profeticamente la missione del figlio Giovanni».
Né si tratta solo della nascita. «L’esistenza intera del Precursore di Gesù è alimentata dal rapporto con Dio, in particolare il periodo trascorso in regioni deserte (cfr Lc 1,80); le regioni deserte che sono luogo della tentazione, ma anche luogo in cui l’uomo sente la propria povertà perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso». Giovanni Battista è immediatamente riconosciuto nella cerchia di Gesù come maestro di preghiera. Quando gli apostoli chiedono a Gesù, che insegnerà loro il «Padre Nostro», di istruirli sulla preghiera, si rivolgono al Maestro con queste parole: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr Lc 11,1).
Il martirio, infine, è esso stesso una grande preghiera, di viva attualità per noi oggi. Infatti, «ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il “martirio” della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni».
Questo martirio della vita quotidiana è qualcosa che possiamo affrontare con serenità, ma solo «se è solido il rapporto con Dio», se preghiamo. «La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio». È questa la lezione del martirio di san Giovanni Battista.

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 A completamento di quanto sopra ritengo allora utile riportare qui di seguito il testo valtortiano nel quale ci viene narrato, dalle labbra di tre Discepoli di Giovanni,  questo macabro ma importante avvenimento che precederà  la Passione e Morte di Gesù. L’ha preceduto nella Sua Nascita e ancora lo precede nella Morte.  Morte che lui sapeva sarebbe avvenuta presto, come ci rivelano i testi di Maria Valtorta.

La notizia dell’uccisione di Giovanni Battista.

4 settembre 1945.

Gesù sta guarendo dei malati senz’altra assistenza di quel­la di Mannaen. Sono nella casa di Cafarnao, nell’orto ombroso in questa ora mattutina. Mannaen non ha più né cintura pre­ziosa né lamina d’oro alla fronte. Il vestito è tenuto raccolto da un cordone di lana e il copricapo da una strisciolina di tela. Gesù è a testa nuda, come sempre quando è in casa. Finito di guarire e di consolare i malati, Gesù sale con Man­naen nella stanza alta e si siedono ambedue sul davanzale del­la finestra che guarda il monte, perché la parte del lago è tutta presa dal sole che è ancora ben caldo, nonostante che la cani­cola debba essere superata da qualche tempo

«Fra poco hanno inizio le vendemmie», dice Mannaen. ((Ndr Da questo dettaglio possiamo immaginare che questo omicidio sia quindi stato perpetrato forse proprio a fine agosto come viene ricordato dalla Liturgia del 29 agosto, anche considerando che sono occorsi venti giorni ai Discepoli di Giovanni per arrivare da Macheronte a Cafarnao, dove era Gesù)).

«Già. E poi verranno i Tabernacoli… e sarà presto l’inver­no. Tu quando conti di partire?».

«Umh!… Io non partirei mai… Ma penso al Battista. Erode è un debole. Saputo suggestionare in bene, se non diventa buo­no, rimane per lo meno… non sanguinano. Ma sono pochi quelli che lo consigliano bene. E quella donna!… Quella donna!… Ma vorrei stare qui finché non tornano i tuoi apostoli. Non che io presuma molto di me… ma qualche cosa valgo ancora… ben­ché il mio auge sia molto diminuito da quando hanno capito che seguo le vie del Bene. Ma non me ne importa. Vorrei avere il vero coraggio di sapere abbandonare tutto per seguire Te completamente, come quei discepoli che Tu aspetti. Ma ci riu­scirò mai? Noi che non siamo del popolo, siamo più duri a se­guirti. Perché?».

«Perché avete i tentacoli delle povere ricchezze che vi trat­tengono».

«Veramente so anche di alcuni che non sono propriamente ricchi, ma dotti o sulla via di essere dotti, ed essi pure non ven­gono».

«Anche essi hanno i tentacoli delle povere ricchezze che li trattengono. Non si è ricchi solo di denaro. Vi è anche la ric­chezza del sapere. Pochi giungono alla confessione di Salomo­ne: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”, ripresa e ampliata non tanto materialmente quanto in profondità nel Cioelet. L’hai presente? La scienza umana è vanità, perché aumentare soltan­to l’umano sapere “è affanno e afflizione di spirito, e chi molti­plica la scienza moltiplica gli affanni”. In verità te lo dico che così è. E anche dico che così non sarebbe se l’umana scienza fosse sostenuta e imbrigliata dalla soprannaturale sapienza e dal santo amore di Dio. Il piacere è vanità perché il piacere non dura, ma rapido dilegua dopo aver arso lasciando cenere e vuo­to. I beni accumulati con svariate industrie sono vanità per l’uomo che muore, perché ad altri li lascia e coi beni non può respingere la morte. La donna, contemplata come femmina e come tale appetita, è vanità. Onde si conclude che l’unica cosa che vanità non sia è la santa temenza di Dio e l’ubbidienza ai suoi comandi, ossia la sapienza dell’uomo, che non è solo carne ma possiede la seconda natura: quella spirituale. Chi sa così concludere e volere, sa staccarsi da ogni tentacolo di povero possesso e andare libero incontro al Sole».

«Mi voglio ricordare queste parole. Quanto mi hai dato in questi giorni! Ora posso andare nella bruttura della Corte, che pare luminosa solo agli stolti, che pare potente e libera, e non è che miseria, carcere e tenebra, e andarvi con un tesoro che mi permetterà di vivervi meglio in attesa del meglio. Ma vi giun­gerò mai io a questo meglio, che è l’essere tuo totalmente?».

«Vi giungerai».

«Quando? L’anno prossimo? O più là? O quando la vec­chiaia mi farà saggio?»

«Vi giungerai raggiungendo maturità di spirito e perfezione di volere nel volgere di poche ore».

Mannaen lo guarda pensieroso, indagatore… Ma non chiede altro. Un silenzio. Poi Gesù dice: «Hai mai avvicinato Lazzaro di Betania?».

«No, Maestro. Posso dire di no. Che se ci fu qualche incon­tro non può dirsi amicizia. Sai… Io con Erode, e Erode contro di lui… Perciò…».

«Lazzaro ora ti vedrebbe oltre le cose, in Dio. Devi cercare di avvicinarlo come condiscepolo».

«Lo farò se Tu lo vuoi…».

Delle voci agitate si sentono nell’orto. Chiedono con ansia: «Il Maestro! Il Maestro! Qui è?».

Risponde la voce cantante della padrona di casa: «Nella stanza alta è. Chi siete? Malati?».

«No. Discepoli di Giovanni e vogliamo Gesù di Nazaret».

Gesù si affaccia dalla finestra dicendo: «La pace sia a voi… Oh! Voi siete? Venite! Venite!».

Sono i tre pastori Giovanni, Mattia e Simeone. ((Ndr Quelli che lo adorarono Bambino appena nato nella grotta di Betlemme. Mattia prenderà poi il posto di Giuda, il traditore.))

«Oh! Mae­stro!», dicono alzando il capo e mostrando un volto addolora­to. Neppure la vista di Gesù li rasserena. Gesù lascia la stanza andando loro incontro sulla terrazza. Mannaen lo segue. Si incontrano proprio là dove la scaletta sbocca sul terrazzo assolato. I tre si inginocchiano baciando il suolo. E poi Giovanni per tutti dice: «Ed ora raccoglici, Signore, perché noi siamo la tua eredità», e delle lacrime scendono sul volto del discepolo e dei compagni.

Gesù e Mannaen hanno un solo grido: «Giovanni!?».

«É stato ucciso…».

La parola cade come fosse un enorme fragore che copra ogni rumore del mondo. Eppure è stata detta molto piano. Ma pietrifica chi la dice e chi la sente. E sembra che la Terra, per raccoglierla e per raccapricciarne, sospenda ogni suo rumore, tanto vi è un periodo di silenzio profondo e di profonda immo­bilità negli animali, nelle fronde, nell’aria.

Sospeso lo sgrugo­lo dei colombi, troncato il flauto di un merlo, ammutolito il coro dei passeri e, quasi gli si fosse spezzato di colpo l’ordigno, una cicala frinente tace improvvisamente, mentre si sospende il vento che carezzava pampini e foglie facendo fruscio di seta e cigolio di pali. Gesù diventa di un pallore di avorio mentre gli occhi gli si dilatano invetrandosi di pianto.

Apre le braccia dicendo, e la voce è profonda per lo sforzo di renderla sicura: «Pace al Mar­tire della giustizia ed al mio Precursore».

Poi raccoglie le brac­cia e lo spirito e certo prega, comunicando con lo Spirito di Dio e del Battista. Mannaen non osa un gesto. Al contrario di Gesù, egli è ar­rossito vivamente ed ha avuto un moto d’ira. Poi si è irrigidito, e tutto il suo turbamento si rivela dal movimento meccanico della destra, che cincischia il cordone della veste, e della sini­stra che involontariamente cerca il pugnale… e Mannaen scuo­te il capo commiserando la sua debolezza di mente che non ri­corda di essersi disarmato per essere «il discepolo del Mite, presso il Mite».

Gesù riapre la bocca e gli occhi. Il suo viso, il suo sguardo, la sua voce, hanno ripreso la maestà divina che gli sono abi­tuali. Solo permane una grave mestizia temperata di pace.

«Venite. Mi racconterete. Da oggi siete miei».

E li conduce nella stanza chiudendo la porta, socchiudendo le tende, a tem­perare la luce, a far raccoglimento intorno al dolore e alla bel­lezza della morte del Battista, a far separazione fra questa per­fezione di vita e il mondo corrotto.

«Parlate», ordina.

Mannaen sembra sempre di pietra. È vicino al gruppo. Ma non dice parola.

«Fu la sera della festa… Imprevedibile l’evento… Solo due ore prima Erode si era consigliato con Giovanni, licenziandolo poi con benignità… E poco, poco prima che avvenisse… l’omi­cidio, il martirio, il delitto, la glorificazione, aveva mandato un servo con frutta gelate e vini rari al prigioniero. Giovanni aveva distribuito a noi quelle cose… Lui non ha mai mutato la sua austerità… Noi soli c’eravamo, perché per merito di Man­naen noi eravamo nel palazzo come servi alle cucine e alle scu­derie. E questa era grazia che ci permetteva di vedere sempre il nostro Giovanni…

Eravamo alle cucine io e Giovanni, men­tre Simeone sorvegliava i servi di scuderia perché trattassero con cura le cavalcature degli ospiti…

Il palazzo era pieno di grandi, di capi militari e di signori di Galilea. Erodiade si era chiusa nelle sue stanze dopo una violenta scena avvenuta al mattino fra lei ed Erode… »

Mannaen interrompe: «Ma quando era venuta la iena?».

«Due giorni avanti. Inaspettata… Dicendo al monarca che non poteva vivere lontana da lui ed essere assente nel dì della sua festa. Vipera e maga come sempre, lo aveva reso uno zim­bello…

Ma Erode al mattino di quel giorno si era rifiutato, benché già ebbro di vino e di lussuria, di concedere alla fem­mina ciò che chiedeva con alte grida… E nessuno pensava fos­se la vita di Giovanni!… Era nelle sue stanze, sdegnosa. Aveva respinto i cibi regali mandati da Erode su vassoi preziosi. Solo aveva trattenuto un vassoio prezioso colmo di frutta, ricom­pensando il dono con un’anfora di vino drogato per Erode… Drogato… Ah! che bastava la sua natura ebbra e viziosa a dro­garlo al delitto! Dai servi di mensa seppimo che dopo la danza delle mime di corte, anzi a metà della stessa, era irrotta nella sala del convito Salomè, danzando. E le mime, davanti alla fanciulla regale, si erano ritirate contro le pareti. La danza era perfetta, ci hanno detto. Lubrica e perfetta. Degna degli ospi­ti… Erode… Oh! che forse un nuovo gusto di incesto gli fer­mentava dentro!… Erode, al termine di questa danza, entusia­sta, disse a Salomè: “Bene hai ballato! Io lo giuro che meriti premio. Io lo giuro che te lo darò. Io lo giuro che ti darò qua­lunque cosa che tu mi possa chiedere. Alla presenza di tutti lo giuro. E parola di re è fedele anche senza giuramenti. Chiedi dunque che vuoi”. E Salomè, fingendo perplessità, innocenza e modestia, raccogliendosi nei veli, con mossa pudica dopo tanta impudicizia, disse: “Permettimi, o grande, di riflettere un mo­mento. Mi ritiro e poi verrò, perché la tua grazia mi ha turba­ta”… E si ritirò andando dalla madre. Selma mi ha detto che entrò ridendo, dicendo: “Madre, hai vinto! Dàmmi il vassoio”. Ed Erodiade con un grido di trionfo ordinò alla schiava di dare alla fanciulla il vassoio trattenuto prima, dicendo: “Va’ e torna con la testa odiata, e ti vestirò di perle e oro”. E Selma, inorri­dendo, ubbidì…

Salomè rientrò danzando nella sala, e danzan­do andò a prostrarsi ai piedi del re dicendo: “Ecco. Su questo bacile che tu hai mandato alla madre, in segno che l’ami e che mi ami, io voglio la testa di Giovanni. E poi danzerò ancora, se tanto ti piaccio. Danzerò la danza della vittoria. Perché io ho vinto! Ho vinto te, re! Ho vinto la vita, e felice sono!”. Questo disse, e a noi lo ripeté un coppiere amico.

E Erode si turbò, preso da due voglie: esser fedele alla parola, essere giusto. Ma non seppe essere giusto, perché un ingiusto è. Fece cenno al carnefice, che era dietro al sedile reale, e quello, preso dalle mani alzate di Salomè il vassoio, scese dalla sala del convito verso le stanze basse.

Lo vedemmo traversare la corte io e Gio­vanni… e dopo poco udimmo il grido di Simeone: “Assassini!” e poi lo vedemmo ripassare con la testa sul vassoio…

Giovanni, il tuo Precursore, era morto…».

«Simeone, puoi dirmi come morì?», chiede dopo qualche tempo Gesù.

«Si. Era in preghiera…. Mi aveva detto prima: “Fra poco torneranno i due mandati, e chi non crede crederà. Ma però ri­corda che, se io più non vivessi al loro ritorno, io, come uno che è presso alla morte, ancor ti dico, perché tu a loro lo ridica: ‘Gesù di Nazareth è il vero Messia”‘. Pensava sempre a Te…

En­trò il carnefice. Io gridai forte. Giovanni alzò il capo e lo vide. Si alzò in piedi. Disse: “Non puoi che troncarmi la vita. Ma la verità, che dura, è che non è lecito fare il male”.

E stava per dirmi qualcosa quando il carnefice roteò la spada pesante, mentre ancora Giovanni era in piedi, e la testa cadde dal busto con un gran fiotto di sangue, che fece rossa la pelle caprina e di cera il volto magro in cui rimasero vivi, aperti, accusatori, gli occhi.

Mi rotolò ai piedi… Io caddi insieme al corpo di lui, per debolezza di dolore…

Dopo… dopo… Dopo che Erodiade l’eb­be sfregiato, fu gettato il capo ai cani.

Ma noi lo raccogliemmo pronti ed in un velo prezioso lo legammo insieme al tronco, ri­componendo nella notte il corpo e trasportandolo fuori Mache­ronte. Lo imbalsamammo in un folto di acacie lì presso, al pri­mo sole, con l’aiuto di altri discepoli…

Ma ancora ci fu preso per altri sfregi. Perché ella non può distruggerlo e non può per­donarlo… E i suoi schiavi, temendo la morte, furono più feroci di sciacalli nel levarci quel capo. Se tu c’eri, Mannaem!… ».

«Se io c’ero… Ma è la sua maledizione quel capo… Nulla si leva alla gloria del Precursore, anche se incompleto è il corpo. Non è vero, Maestro?».

«E’ vero. Anche lo avessero distrutto i cani, non sarebbe mutata la gloria».

«E non è mutata la parola, Maestro. I suoi occhi, benché sfregiati sotto una gran ferita, dicono ancora: “Non ti è lecito”. Ma noi lo abbiamo perduto!», dice Mattia.

«E ora siamo tuoi, perché così egli ha detto, dicendo anche che Tu sai già».

«Si. Da mesi siete miei. Come veniste?».

«A piedi, a tappe. Lungo, penoso cammino fra rovente di sabbie e di sole e ancor più rovente di dolore. Sono quasi venti giorni che camminiamo…».

«Ora riposerete».

Mannaen chiede: «Dite: Erode non si stupì della mia assen­za?».

«Si. E fu inquieto prima e furente poi. Ma passato il furore disse: “Un giudice di meno”. Così ci riferì il coppiere amico».

Gesù dice: «Un giudice di meno! Ha Dio per giudice e basta quello. Venite dove dormiamo. Siete stanchi e polverosi. Trove­rete vesti e sandali dei compagni vostri. Prendeteli, ristoratevi. Ciò che è di uno è di tutti. Tu, Mattia, che alto sei, puoi pren­dere una mia veste. Poi provvederemo. Entro sera, poiché è vi­gilia del sabato, verranno gli apostoli miei. Nella settimana prossima verrà Isacco coi discepoli e poi verranno Beniamino e Daniele; dopo i Tabernacoli, Elia, Giuseppe e Levi verranno pure. É tempo che ai dodici si uniscano altri. Andate ora al ri­poso».

Mannaen li accompagna e poi torna. Gesù resta con Man­naen. Si siede pensieroso, visibilmente triste, col capo reclina­to sulla mano, il gomito puntato sul ginocchio a far da soste­gno.

Mannaen è seduto presso la tavola e non si muove. Ma è cupo. Il suo volto è una tempesta.

Dopo molto Gesù alza il capo, lo guarda e chiede: «E tu? Che farai ora?».

«Non lo so ancora… Lo scopo di rimanere a Macheronte è finito. Ma vorrei ancora rimanere presso la Corte per sapere… per proteggere Te, sapendo».

«Ti converrebbe meglio seguirmi senza indugio. Ma non ti forzo. Verrai quando sarà disfatto, molecola a molecola, il vec­chio Mannaen».

«Vorrei anche levare quella testa a quella donna. Non è de­gna di averla…».

Gesù ha un pallido accenno di sorriso e, schietto, dice: «E poi non sei ancora morto alle ricchezze umane. Ma mi sei caro ugualmente. So che non ti perdo, anche se attendo. Io so atten­dere… ».

«Maestro, io vorrei darti la mia generosità per consolarti… Perché Tu soffri. Lo vedo».

«E’ vero. Io soffro. Molto! Molto!…».

«Solo per Giovanni? Non credo. Tu lo sai in pace».

«Lo so in pace e non lo sento lontano».

«E allora?».

«E allora!… Mannaen, l’alba cosa precede?».

«Il giorno, Maestro. Perché lo chiedi?».

«Perché la morte di Giovanni precede il giorno in cui sarò il Redentore. E la parte umana di Me freme di fronte a questa idea… Mannaen, Io vado sul monte. Resta tu a ricevere chi vie­ne, a soccorrere quelli che già sono venuti. Resta fino al mio ri­torno. Poi… farai ciò che vorrai. Addio».

E Gesù esce dalla stanza. Scende piano la scaletta, traversa l’orto e, per la parte posteriore di esso, si imbuca in un sentie­ruolo fra orti scapigliati e frutteti di ulivi, meli, viti e fichi, e prende il pendio di un piccolo colle dove mi scompare alla vista.

(Fonte: Maria Valtorta – L’Evangelo come mi è stato rivelato – cap. 270 – ed CEV)

 

 

 

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