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5 dicembre 2014

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Viene da inginocchiarsi leggendo la vita di Edmund Campion. Storia di un amore che non è di questo mondo

di Pigi Colognesi 

Penso che nessuno quest’oggi [ieri, 2 dicembre, ndr] ricorderà – ed è un significativo indice del fatto che il patrimonio della Chiesa è decisamente più vasto e ricco di quanto abitualmente ci rendiamo conto –, nessuno, dunque, ricorderà che oggi è la festa di sant’Edmund Campion. Io ne ho conosciuto la vicenda leggendo il romanzo storico di Robert Hugh Benson (l’autore dell’indimenticabile Il padrone del mondo) che chiude la trilogia dedicata alle tristi ed eroiche vicende dei cattolici dopo lo scisma anglicano. Il titolo inglese suona Come rack! Come rope!, secca assonanza di due termini che indicano la tortura il primo – si tratta del cavalletto dentato con cui venivano slogate e dilacerate le membra dei processati – e la morte attraverso impiccagione il secondo. «Vieni ruota! Vieni forca!» (così il titolo della traduzione italiana) è la frase che Edmund Campion ha pronunciato prima di morire. Non una malsana attrazione verso la morte, ma la certezza che accettarla rappresenta la massima testimonianza possibile a ciò che rende autentica, e immortale, la vita.

Edmund Campion nasce nel 1540 in una nobile famiglia inglese cattolica e quando i suoi genitori decidono di passare all’anglicanesimo, anch’egli si adegua per poter proseguire gli studi nella prestigiosa Oxford. Ma quanto più approfondisce la teologia e la storia, tanto più si rende conto che è la Chiesa di Roma che ha conservato il patrimonio autentico del cristianesimo originario. A 29 anni, pur avendo ricevuto promesse di diventare vescovo anglicano, lascia tutto e fugge nella cattolica Irlanda, diventa gesuita e, dopo un periodo a Praga, viene inviato, quarantenne, in Inghilterra. Ovviamente deve esercitare il suo ministero verso i sempre più perseguitati cattolici in modo clandestino. Ma non senza ardimento: fa stampare (strumento tecnologico molto avanzato per i tempi) 400 copie di un opuscolo in cui spiega le contraddizioni dell’anglicanesimo di stato e, addirittura, sfida i teologi fedeli alla regina Elisabetta ad una pubblica controversia. Diventa il ricercato numero uno del Regno e viene arrestato il 16 luglio 1581.

Trasferito alla Torre di Londra, non cede né alle torture né alle lusinghiere proposte della regina stessa. Sale al patibolo il 1 dicembre. Sono storie – il romanzo di Benson, dove si mescolano figure storiche come Campion e personaggi immaginari come il protagonista che ne ripercorre i passi, ce ne fa partecipare con estrema vivezza – che lasciano a bocca aperta per l’enormità delle sfide che questi uomini hanno affrontato e per il coraggio indefettibile che hanno mostrato. Vien subito in mente quanti cristiani sono chiamati oggi, letteralmente, alla stessa dolorosa prova.

Ma in fondo ciò che commuove di più non è il coraggio, ma quanto ricordò Paolo VI il 25 ottobre 1970 canonizzando padre Campion ed altri 39 martiri dello stesso periodo: «Molto si è detto e si è scritto su quell’essere misterioso che è l’uomo: sulle risorse del suo ingegno, capace di penetrare nei segreti dell’universo e di assoggettare le cose materiali utilizzandole ai suoi scopi; sulla grandezza dello spirito umano che si manifesta nelle innumerevoli opere della scienza e dell’arte; sulla sua nobiltà e la sua debolezza; sui suoi trionfi e le sue miserie. Ma ciò che caratterizza l’uomo, ciò che vi è di più intimo nel suo essere e nella sua personalità, è la capacità di amare, di amare fino in fondo, di donarsi con quell’amore che è più forte della morte e che si prolunga nell’eternità». L’amore di sant’Edmund Campion.

 
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