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31/12/2014 
 

Il Papa al Te Deum

(©Reuters)

(©REUTERS) IL PAPA AL TE DEUM

 

Francesco al Te Deum parla degli scandali di Roma: se la società costringe i poveri a «mafiarsi» è in miseria; «occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli». Cita anche Benigni

DOMENICO AGASSO JR
ROMA

«I poveri, gli emarginati devono essere al centro delle nostre preoccupazioni, del nostro agire quotidiano. Occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli». Lo ha detto papa Francesco all'omelia nella Basilica vaticana durante la celebrazione dei Primi Vespri e il «Te Deum», l'inno di ringraziamento per l'anno appena trascorso, parlando di Roma e dei recenti scandali che hanno coinvolto la città. «Le gravi vicende di corruzione emerse di recente richiedono una seria e consapevole conversione, un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale», ha detto il Pontefice nel suo ultimo appuntamento pubblico per il 2014.

«La Parola di Dio ci introduce oggi, in modo speciale, nel significato del tempo, nel capire che il tempo non è una realtà estranea a Dio, semplicemente perché Egli ha voluto rivelarsi e salvarci nella storia», aveva esordito il Pontefice. «Il significato del tempo, la temporalità, è l'atmosfera dell'epifania di Dio, ossia della manifestazione di Dio e del Suo amore concreto. Infatti, il tempo è il messaggero di Dio, come diceva san Pietro Favre».

«La liturgia di oggi – ha proseguito – ci ricorda la frase dell'apostolo Giovanni: “Figlioli, è giunta l'ultima ora”, e quella di San Paolo che ci parla della “pienezza del tempo”. Dunque, il giorno di oggi ci manifesta come il tempo che è stato – per così dire – "toccato" da Cristo, e da Lui ha ricevuto significati nuovi e sorprendenti: è diventato il “tempo salvifico”, cioè il tempo definitivo di salvezza e di grazia».

Tutto ciò «induce a pensare alla fine del cammino della vita. Ci fu un inizio e ci sarà un termine. Con questa verità, alquanto semplice e fondamentale e alquanto trascurata e dimenticata, la santa madre Chiesa ci insegna a concludere l'anno e anche le nostre giornate con un esame di coscienza, attraverso il quale ripercorriamo quello che è accaduto; ringraziamo il Signore per ogni bene che abbiamo ricevuto e che abbiamo potuto compiere e, in pari tempo, ripensiamo alle nostre mancanze e ai nostri peccati. Ringraziare e chiedere perdono», è l’invito di Papa Bergoglio. «È quello che facciamo anche oggi al termine di un anno», ha ricordato, «lodiamo il Signore con l'inno Te Deum e nello stesso tempo Gli chiediamo perdono. L'atteggiamento del ringraziare ci dispone all'umiltà, a riconoscere e accogliere i doni del Signore».

«L’apostolo Paolo riassume, nella Lettura di questi Primi Vespri, il motivo fondamentale del nostro rendere grazie a Dio – ha ricordato – Egli ci ha fatti suoi figli, ci ha adottati come figli. Questo dono immeritato ci riempie di una gratitudine colma di stupore! Qualcuno potrebbe dire: "Ma non siamo già tutti suoi figli, per il fatto stesso di essere uomini?". Certamente perché Dio è Padre di ogni persona che viene al mondo. Ma senza dimenticare che siamo da Lui allontanati a causa del peccato originale che ci ha separati dal nostro Padre: la nostra relazione filiale è profondamente ferita». 

Ecco perché Dio ha mandato «suo Figlio a riscattarci a prezzo del Suo sangue. E se c'è un riscatto, è perché c'è una schiavitù. Noi eravamo figli, ma siamo diventati schiavi, seguendo la voce del Maligno. Nessun altro ci riscatta da quella schiavitù sostanziale se non Gesù, che ha assunto la nostra carne dalla Vergine Maria ed è morto sulla croce per liberarci dalla schiavitù del peccato e restituirci la perduta condizione filiale».

«Contemporaneamente – ha continuato Francesco – il dono stesso per cui ringraziamo è anche motivo di esame di coscienza, di revisione della vita personale e comunitaria, del domandarci: com’è il nostro modo di vivere? Viviamo da figli o da schiavi? Viviamo da persone battezzate in Cristo, unte dallo Spirito, riscattate, libere? Oppure viviamo secondo la logica mondana, corrotta, facendo quello che il diavolo ci fa credere sia il nostro interesse?».

Il Papa ha messo in evidenza che «esiste sempre nel nostro cammino esistenziale una tendenza a resistere alla liberazione; abbiamo paura della libertà e, paradossalmente, preferiamo più o meno inconsapevolmente la schiavitù. La libertà ci spaventa perché ci pone davanti al tempo e di fronte alla nostra responsabilità di viverlo bene. La schiavitù riduce il tempo a "momento" e così ci sentiamo più sicuri, cioè ci fa vivere momenti slegati dal loro passato e dal nostro futuro». «In altre parole – ha aggiunto – la schiavitù ci impedisce di vivere pienamente e realmente il presente, perché lo svuota del passato e lo chiude di fronte al futuro, all’eternità. La schiavitù ci fa credere che non possiamo sognare, volare, sperare».

E poi, Francesco ha citato Roberto Benigni, senza nominarlo, nel suo spettacolo sui Dieci Comandamenti: «Diceva qualche giorno fa un grande artista italiano che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall'Egitto che l'Egitto dal cuore degli israeliti. Erano stati, “sì”, liberati “materialmente” dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l'Egitto quando “mangiavano… cipolle e aglio"; si dimenticavano però che ne mangiavano al tavolo della schiavitù. Nel nostro cuore si annida la nostalgia della schiavitù, perché apparentemente più rassicurante, più della libertà, che è molto più rischiosa. Come ci piace essere ingabbiati da tanti fuochi d'artificio, apparentemente belli ma che in realtà durano solo pochi istanti! Questo è il regno del momento!».

Dunque, «da questo esame di coscienza dipende anche, per noi cristiani, la qualità del nostro operare, del nostro vivere, della nostra presenza nella città, del nostro servizio al bene comune, della nostra partecipazione alle istituzioni pubbliche ed ecclesiali».

Per questo, essendo vescovo di Roma, Francesco ha voluto soffermarsi «sul nostro vivere a Roma che rappresenta un grande dono, perché significa abitare nella città eterna. E pertanto anche di questo ringraziamo il Signore. Ma al tempo stesso rappresenta una grande responsabilità. Dunque domandiamoci: in questa città, in questa Comunità ecclesiale, siamo liberi o siamo schiavi, siamo sale e luce? Siamo lievito? Oppure siamo spenti, insipidi, ostili, sfiduciati, irrilevanti stanchi?».

E poi, il monito del Papa: «Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri, i deboli e gli emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano. È necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra Città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli».

Il Papa ha suggerito: «Quando chiesero a San Lorenzo di portare e mostrare i tesori della Chiesa, portò semplicemente alcuni poveri. Quando in una città i poveri e i deboli sono curati, soccorsi e aiutati a promuoversi nella società, essi si rivelano il tesoro della Chiesa e un tesoro nella società. Invece, quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a “mafiarsi”, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce "l'aglio e le cipolle" della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo, della schiavitù della sua pusillanimità e quella società cessa di essere cristiana».

 

Dopo i Vespri e il Te Deum, papa Francesco si è recato al Presepe allestito in piazza San Pietro. «Buon anno a tutti», così ha salutato i fedeli, oltre che con strette di mano, scambi di papalina, fotografie.

 
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