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28/07/2013 

Il Papa con i vescovi del Celam

IL PAPA CON I VESCOVI DEL CELAM

Nel discorso al Celam il Papa parla della tentazione del «clericalismo» e chiede ai pastori di essere poveri e misericordiosi

ANDREA TORNIELLI
INVIATO DA RIO DE JANIERO

 
Il viaggio di Francesco in Brasile si conclude con un secondo ampio discorso programmatico che il Papa lascia al comitato di coordinamento del Celam, l'organismo che riunisce gli episcopati dell'America Latina. Anche in questo caso, però, le parole di Bergoglio sono destinate ad avere un'eco al di là dei confini del continente latinoamericano.
 
Il Papa chiede innanzitutto di convertire in chiave missionaria le attività abituali delle Chiese locali e spiega che ogni «riforma delle strutture ecclesiali (da caduche a nuove) non è frutto di uno studio sull'organizzazione» degli organismi ecclesiali, ma «è conseguenza della dinamica della missione». Francesco ricorda che Aparecida – l'assemblea generale dell'episcopato latinoamericano che si è celebrata nel 2007 – ha proposto come necessaria «la conversione pastorale». Per questo Bergoglio pone alcune domande ai vescovi: «Facciamo in modo che il nostro lavoro» e quello dei nostri preti «sia più pastorale che amministrativo?». Chi è il principale beneficiario del lavoro ecclesiale, «la Chiesa come organizzazione o il popolo di Dio nella sua totalità?». 
 
Ancora, il Papa pone domande precise sui laici e su come vengono valorizzati: «Nella pratica, rendiamo partecipi della missione i fedeli laici?»; come vescovi e preti diamo ai laici «la libertà perché vadano discernendo, conformemente al loro cammino di discepoli, la missione che il Signore affida loro? Li appoggiamo e accompagniamo, superando qualsiasi tentazione di manipolazione o indebita sottomissione?». Parole che fotografano la realtà della Chiesa in diversi Paesi, anche nel vecchio continente.
 
Per quanto riguarda il rapporto con il mondo, Francesco cita il Concilio per spiegare che il fondamento del dialogo con la società contemporanea: «Le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono a loro volta gioie e speranze, tristezze e angosce dei discepoli di Cristo». Bisogna prestare attenzione – spiega il Papa – ai nuovi linguaggi, agli «scenari e aeropaghi più svariati». «Se noi rimaniamo nei parametri della "cultura di sempre", il risultato finirà con l'annullare la forza dello Spirito Santo. Dio sta in tutte le parti: bisogna saperlo scoprire per poterlo annunciare nell'idioma di ogni cultura; e ogni realtà, ogni lingua, ha un ritmo diverso».
 
Francesco parla quindi di alcune «tentazioni» contro questo essere missionari. La prima è «l'ideologizzazione del messaggio evangelico», che si presenta in quattro diverse modalità. Il «riduzionismo socializzante», una «pretesa interpretativa» fondata sulle scienze sociali, che comprende i campi più svariati: «dal liberismo di mercato fino alle categorizzazioni marxiste». L'ideologizzazione «psicologica», una tentazione elitaria, basata soprattutto sulla spiritualità e sui ritiri spirituali, che «finisce col risultare un atteggiamento immanente e autoreferenziale». Poi c'è la «proposta gnostica»: gruppi o élites «con una proposta di spiritualità superiore, abbastanza disincarnata. «Volgarmente li si chiama "cattolici illuminati"». Infine, c'è «la proposta pelagiana», che appare «sotto forma di restaurazione». Davanti ai mali della Chiesa «si cerca una soluzione solo disciplinare, nella restaurazione di condotte e forme superate che, neppure culturalmente, hanno capacità di essere significative». In America Latina «si verifica in piccoli gruppi, in alcune nuove congregazioni religiose, in tendenze alla "sicurezza" dottrinale o disciplinare».
 
Altre due tentazioni sono rappresentate dal «funzionalismo», cioè da una concezione «che non tollera il mistero» e «va all'efficacia». «Riduce la realtà della Chiesa a una ONG. Ciò che vale è il risultato constatabile e le statistiche. Da qui si va a tutte le modalità imprenditoriali della Chiesa». L'ultima tentazione – certamente non confinata solo in America Latina – è il «clericalismo». Si tratta, spiega il Papa, di «una complicità peccatrice: il parroco clericalizza e il laico gli chiede per favore che lo clericalizzi… Il fenomeno del clericalismo spiega, in gran parte, la mancanza di maturità e libertà cristiana in buona parte del laicato latinoamericano». Francesco indica la pietà popolare come una dimensione di maggiore autonomia del laicato, insieme alla proposta dei gruppi biblici e delle comunità ecclesiali di base.
 
Il Papa dopo aver messo in guardia dalla «proiezione utopica» verso il futuro e dalla proiezione «restaurazionista» verso il passato, spiega che «Dio è reale e si manifesta nell'oggi». La Chiesa quando «si erige in "centro" si funzionalizza e si trasforma in una ONG», allora pretende di avere luce propria, diventa più autoreferenziale e «si indebolisce la sua necessità di essere missionaria». Finisce per essere «amministratrice; da serva si trasforma in "controllore"». Esistono, aggiunge Francesco, pastorali «lontane», pastorali disciplinari che «privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi… ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la "rivoluzione della tenerezza" che provocò l'incarnazione del Verbo. Per il Papa una pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità d'incontro, sono le omelie. «Ci avviciniamo all'esempio di nostro Signore, che "parlava come chi ha autorità" o sono meramente precettive, lontane, astratte?».
 
Il Papa conclude citando il discorso fatto ai nunzi lo scorso giugno, ribadendo che i i vescovi devono «essere pastori vicini alla gente»¸ pazienti e misericordiosi. Devono amare la povertà, anche quella esteriore come «semplicità e austerità di vita», senza avere la «psicologia da prìncipi» e senza essere ambiziosi.
 

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