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di Massimo Introvigne 

 

La benedizione del Papa

 Ogni anno a Natale nelle nostre case arriva dalla televisione la parola di Benedetto XVI. Certo, siamo colpiti anzitutto dalla suggestiva cornice di San Pietro e dal fasto delle cerimonie e della liturgia. Ma c'è da sperare che molti si accorgano che la parola del Papa non è mai di semplice circostanza.

Partendo da quei Vangeli dell'infanzia cui ha appena dedicato un piccolo ma memorabile libro, Benedetto XVI ha insistito nell'omelia della Messa di Mezzanotte, ritornando poi in argomento nella benedizione del 25 dicembre e nell'Angelus del 26, su un tema di crescente importanza nel suo Magistero: la denuncia della chiusura preconcetta alla religione e a Dio da parte delle ideologie moderne, una chiusura che non prepara la pace ma la violenza e la guerra. Una violenza, ha aggiunto, che oggi si esercita spesso contro i cristiani: il Papa ha richiamato la Nigeria, dove neppure a Natale si è placato l'odio anticristiano e l'attacco a una chiesa ha lasciato sul terreno nuovi morti.

Nell'omelia di mezzanotte il Pontefice è partito dalla «parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio». In migliaia di omelie in tutto il mondo questa parola del Vangelo è commentata con riferimento ai profughi, ai rifugiati, ai migranti, ai poveri in genere. Questa interpretazione, ha detto il Papa, è vera, e anzi il 25 dicembre egli ha richiamato l'attenzione sulle emergenze profughi in Siria, in Congo e in Mali. Ma, ha aggiunto, non bisogna fermarsi qui. Perché il mondo contemporaneo ha difficoltà a trovare un posto nell'alloggio per i poveri e i profughi? Dietro questa domanda,  ha detto Benedetto XVI, è veramente necessario porsene un'altra «ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?».

L'esclusione di Dio dalla nostra vita «comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito».

Più in profondità, non si tratta solo di vite frenetiche. L'esclusione di Dio è ideologica. «Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui». Ci sono interi grandi Paesi organizzati su queste premesse ideologiche, e l'appello del 25 dicembre ai nuovi dirigenti cinesi perché finalmente accettino «l'apporto delle religioni alla costruzione di una società solidale» è stato particolarmente significativo.

Una volta che Dio è stato escluso dal pensiero, lo si esclude anche dalla vita concreta. «Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio».

A Betlemme gli angeli cantano – nella traduzione più esatta, di cui il Papa ha illustrato le ragioni nel libro «L'infanzia di Gesù» – «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento». Qui, se ci rendiamo disponibili ad ascoltare la musica e le parole degli angeli, c'è una chiara indicazione delle tragiche conseguenze del rifiuto di Dio. La pace sulla Terra ha una relazione diretta con la gloria resa a Dio. «Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace». 

Oggi a molti questa affermazione può sembrare strana, perché «diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità». Si tratta di un tema cruciale per Benedetto XVI,  approfondito in particolare nel viaggio in Terra Santa del 2009, nell'incontro interreligioso di Assisi del 2011 e da ultimo nel discorso alla Commissione Teologica Internazionale del 7 dicembre 2012. Ancora una volta il Papa riconosce che «è vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti». 

Tuttavia, «se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace». È vero piuttosto il contrario. «Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo». La storia degli ultimi secoli lo dimostra. «Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile». E solo cercando sinceramente quel «compiacimento» di Dio di cui cantano gli angeli si costruisce davvero la pace. È un messaggio che in questi giorni di Natale il Papa ha ripetutamente offerto anzitutto a chi vive nelle terre di Gesù e dei primi cristiani: alle fazioni in lotta in Siria, ai governi usciti dalle cosiddette primavere arabe e non sempre tolleranti verso le minoranze cristiane, agli israeliani e ai palestinesi che continuano un conflitto che sembra eterno. Il Pontefice ha pregato chiedendo «che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio».

Per reagire alle ideolgie della violenza e del rifiuto di Dio occorre però una conversione. I pastori di Betlemme si dicono l'un l'altro «transeamus», «andiamo di là» a vedere il Bambino. Si tratta proprio di «“attraversare”, andare di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale». 
Andare al di là significa, ultimamente, cambiare il nostro rapporto malato con il tempo.  «I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante». 

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