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Ecco tutti gli errori dell'editoriale di Assuntina Morresi (riassumibili nel fatto che difendere la legge sulla fecondazione artificiale è collaborare alla morte di migliaia di bambini)
 
di Giovanna Arcuri

«Indietro non si torna», annunciava perentorio il quotidiano “Avvenire” il 16 febbraio scorso per ricordare i dieci anni della Legge 40 sulla fecondazione artificiale. A dettare la linea Assuntina Morresi, firma nota del quotidiano della Cei, da sempre sostenitrice entusiasta della legge in questione, che però dà prova anche in questa occasione di un ossimoro bioetico: da una parte afferma che «il magistero non consente tecniche di procreazione che si sostituiscano al concepimento naturale» e che «l’unica possibile norma cattolica si tradurrebbe in un solo articolo per vietare la provetta», ma su altro versante incensa la legge 40 in ogni suo articolo.
In prima battuta c’è da precisare che è errato confessionalizzare una ipotetica legge che vietasse la Fivet. Questa non sarebbe «una norma cattolica», come non è una «norma cattolica» l’art. 575 del Codice Penale che sanziona l’omicidio. Sarebbe solo una norma laicissima, cioè di carattere razionale, che tutela la vita umana. Punto.
Ma procediamo oltre. «L’impianto della 40 è rimasto praticamente invariato in questo decennio» afferma la Morresi, accennando al fatto che la lettera della legge è più o meno la stessa di quella varata nel 2004. Peccato che alla lettera della legge si siano sostituite in questi anni decine e decine di ricorsi vinti in ambito di giurisdizione ordinaria o pendenti davanti alla Consulta, la quale nel 2009 ha cambiato sì in questo caso la lettera della legge permettendo di produrre quanti embrioni si vogliono (abbattendo il numero massimo di tre previsto in origine) e di crioconservare quelli soprannumerari. È caduto anche il divieto di diagnosi pre-impianto (un divieto che voleva evitare la deriva eugenetica). La legge 40 nella aule dei tribunali ha perso pezzi ovunque e questo è ormai un dato assodato. E non è finita, visto che è attualmente in corso il tentativo di far cadere anche il divieto della eterologa.
Al di là di queste considerazioni, però quello che più colpisce nell’articolo della Morresi sta nel fatto che una legge intrinsecamente malvagia come questa è diventata tutto sommato una buona legge (in termini simili si era espressa tempo addietro anche sulla legge 194). La Morresi scrive che «la legge 40 è […] un compromesso», ma sulla vita non vale compromesso alcuno. Se si chiamano principi non negoziabili – e la vita è tra questi – ci sarà un motivo.
La docente di Chimica Fisica di Perugia aggiunge che questa norma «cerca di tutelare tutti i soggetti coinvolti […] e che in questi anni ha offerto molte, importanti garanzie» e via ad elencare tutti quei famosi paletti che in molti casi sono stati già divelti dai giudici. L’obiezione è facile da farsi: se davvero la legge 40 tutelasse il concepito dovrebbe vietare la fecondazione artificiale, sempre e comunque, senza distinguo perché espone il concepito ad un rischio elevatissimo di morte e perché lo tratta come una cosa e non come una persona. E più in particolare, di quali garanzie a tutela dell’embrione si parla se su 10 concepiti 9 muoiono prima di venire alla luce?
Si può discutere sul fatto che la situazione precedente l’approvazione della Legge 40 fosse peggiore, ma questo non trasforma una legge da cattiva in buona. Invece la Morresi sembra entusiasta dei risultati della legge, registrando come indice positivo l’aumento dei figli nati in provetta; da cui si deduce che «non è stato impedito l’accesso a queste tecniche, come paventato» e dimenticando così che ogni coppia che ha avuto accesso a queste tecniche ha compiuto un’azione intrinsecamente malvagia e che per ogni coppia che ha provato ad avere un figlio con la provetta, sette, otto, nove e più fratellini sono stati sacrificati sull’altare della legge 40. Invece di rammaricarci che la Fivet sia sempre più diffusa ce ne rallegriamo.
Poi l’articolo dà un saggio paradigmatico di cosa sia la tesi del consenso al male minore. La Morresi plaude al fatto che la legge vieti l’eterologa e così facendo celebra l’omologa perché «la legge 40 ha dato ai bambini nati con queste procedure [di tipo omologo] la certezza di vivere con il padre e la madre che li hanno generati». Si condanna il male peggiore e per farlo si porta in palmo di mano quello minore, immemori che però sempre di un male si tratta.
Accettata questa logica la valanga che travolge ogni principio è ormai innescata e così un giorno, ormai passata l’eterologa, la si difenderà perché male minore rispetto alla fecondazione intraspecie uomo-animale. E resa legittima anche quest’ultima tecnica la si sposerà appieno nella speranza di scongiurare la fecondazione post-mortem, perché perlomeno la prima è tra viventi e il figlio potrà sempre avere dei rapporti con il proprio padre-scimmia, non così se il genitore è defunto.
Insomma si difende a spada tratta il male minore – che come i giudici hanno ampiamente dimostrato è la migliore camera di decompressione per i peggiori dei mali – per tentare di evitare future derive. Da qui il titolo del pezzo «Indietro non si torna» che – «diciamolo con chiarezza e senza ipocrisie», afferma la Morresi – sta a dire che la legge 40 è da difendere con i denti, lei e tutta la carneficina che ha prodotto in questi dieci anni. La legge 40 non si tocca, così come gridano spesso gli abortisti in merito alla legge 194.
Da qui la conclusione: ci dobbiamo tenere la legge 40, altrimenti l’altra soluzione è ritornare al famigerato far west procreativo. Volete forse questo cari cattolici oppure vi turate il naso e continuiamo ad appoggiare questa legge? «Le conseguenze di un simile ritorno al passato sono inimmaginabili», ci ammonisce la Morresi.
In realtà ci sarebbe pure una terza ipotesi: tra il tornare indietro e lo stare fermi (ma anche questo come abbiamo visto è un tornare indietro) c’è anche la possibilità di andare avanti. Cioè tentare di superare questa legge in positivo. Anche perché, sarà banale ricordarlo ma una legge malvagia può essere solo osteggiata e attaccata, mai difesa. È vero che non impedire un evento che si può evitare significa provocarlo, a patto però che l’azione di impedimento sia buona. Se ad esempio un folle tenesse in ostaggio tre persone e mi dicesse: “O ammazzi Tizio oppure le uccido tutte e tre” io non potrei che astenermi dall’uccidere Tizio, perché è un’azione malvagia. E non sarei io responsabile della morte delle altre tre persone, bensì il folle. Lasciamo dunque ad altri l’onere e “l’onore” di macchiarsi del sangue di innocenti.
Difendere la legge 40 è collaborare alla morte di migliaia di bambini, azione mai permessa anche se per ipotesi scongiurasse effetti ben più lesivi. L’unica soluzione moralmente praticabile è perciò solo quella di andare avanti nell’azione di intralcio per tentare perlomeno di renderla meno peggiore, non certo quella di rimanere sul posto tenendo le posizioni acquisite perché «indietro non si torna».

 
Titolo originale: Cara Morresi, la Legge 40 non è un male minore
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20-02-2014
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