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 22-02-2014   

di Paola Bonzi  

Cav Mangiagalli

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Al nostro Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli gli orari sono sempre piuttosto elastici ma in genere non siamo presenti nei giorni festivi. Qualche tempo fa, invece, arriva una telefonata: «C’è un caso molto urgente e complicato; la signora, però, può venire solo di sabato».

A questo punto è evidente che accetto l’appuntamento. Era per le dieci e mezza. Sono nella mia stanza dei colloqui: come sempre organizzo le cose perché l’ambiente risulti piacevole e rilassante.
Aspetto. Aspetto ancora.
Ora sono le undici e mezza e decido che le cose sono andate male…

Ecco, in quel momento, aprirsi la porta: «Sono Nadia e ho avuto un contrattempo». Parole come ‘scusi’, ‘mi dispiace’, ‘è stato proprio un imprevisto’, non erano contemplate.
«Si accomodi! – riesco a dire un po’ indispettita – Stavo per andarmene. Ora, però, siamo qui. Vogliamo mettere a frutto questo tempo?»

Mi sento rispondere: «Non c’è nulla da dire, io voglio fare assolutamente un’ecografia!».
Inizio a sentirmi veramente a disagio. Mi tornano in mente tutte le volte che, anche parlando con i nostri operatori, affermo che non siamo i distributori, che non dobbiamo farci usare, ma che tutto avviene nella relazione che il colloquio è riuscito a creare.

«Noi siamo nell’ospedale ma non siamo un presidio sanitario – dichiaro con una certa fermezza – per cui parliamo di questa sua necessità e, forse, anche delle sue vicende». 
«Non c’è nulla da dire, se non che sono incinta, non si capisce bene a che settimana. E per me questo è fondamentale per stabilire la paternità, visto che nello stesso periodo ho avuto due uomini diversi. Se questo bambino dovesse risultare di un certo Antonio andrei sicuramente ad abortire mentre se risultasse di Alan potrei anche tenerlo. Devo necessariamente scoprire a quando risale il concepimento».

Purtroppo faccio molta fatica ad accettare questa modalità di relazione, ma si tratta di una donna che potrebbe abortire e, quindi, mi impongo di essere paziente. Ci guardiamo come per misurarci, chi sarà la prima a cedere?
«Ha voglia di raccontarmi come sono andate le cose? Forse dalle date potremmo…»
«Sono stanca di sentirmi fare sempre gli stessi discorsi! Ho bisogno di un’ecografia».
«Bene, ho capito. Lei mi sta usando ma c’è un bambino di mezzo e…»

Fortunatamente siamo in ospedale. Dove tanti medici ci sono amici. Così, illustrato brevemente la situazione, siamo riusciti nell’intento.

Ho rivisto Nadia ieri. Dire di lei che sembrasse un’altra persona non è sufficiente. Gentile, educata, elegante quasi raffinata e con il pancione. Ha esclamato con gioia: «È una bambina!, Si muove già, sembra avere una gran voglia di vivere».
Abbiamo parlato di tutto: il suo lavoro di interprete che sta finendo, essendo a progetto, la sua relazione con il padre della bimba che non è poi così meraviglioso, la sua organizzazione per il tempo futuro. A questo proposito mi ha comunicato il suo bellissimo progetto: «Vorrei organizzare una cooperativa di lavoro: io potrei mettermi a disposizione per le traduzioni soprattutto delle persone di altri Paesi che devono entrare in possesso dei documenti omologabili con quelli italiani, dare una mano a compilare i curricula in modo corretto, fare da raccordo tra le persone che offrono e quelle che cercano lavoro, … Potrebbe essere utile anche per le mamme del Centro e io mi metto a disposizione. In più, gestendo bene le cose, potrei continuare a occuparmi della mia bambina di cui sono già gelosa».

L’ascoltavo e facevo fatica a ravvisare in lei la persona arrogante e pretenziosa di quel sabato.
«Nadia, l’altra volta avevamo in mente tutt’altro, ma ora che ci siamo tranquillizzate, mi piacerebbe fare un progetto con lei e per lei».
E, così, in modo simpatico ed empatico, abbiamo iniziato a programmare il corso di preparazione alla nascita, il corredino per la sua bambina, l’ho informata della opportunità di incontrare la nostra ostetrica per l’allattamento materno, le ho illustrato gli incontri di massaggio del neonato e dell’esistenza della scuola dei genitori.

Ci siamo alzate per salutarci ma lei aveva ancora qualcosa da dire: «Non l’ho ancora ringraziata della sua disponibilità di quel sabato. Sono stata quasi scortese e piena di pretese, lo so, ma non riuscivo a tenere sotto controllo la mia testa. Ora, però, le voglio dire grazie dal profondo del cuore, probabilmente la mia bambina non ci sarebbe stata senza l’opportunità che mi ha procurato. Se le mamme del Centro avessero bisogno della mia capacità professionale, sono a disposizione. Se non ci si dà una mano reciprocamente, non cambierà niente in questa società di cui continuiamo a lamentarci».

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-nadia-una-pretesache-si-aprein-gratitudine-8503.htm

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