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by ruffo

 

Il rosone dell'antica chiesa di San Marco a Milano

 

Il rosone dell'antica chiesa di San Marco a Milano

 

Pubblichiamo la trascrisione della conferenza tenuta da Andrea Giacobazzi (collaboratore di Radio Spada) in occasione del 22° Convegno di Studi Cattolici (Rimini, 17-18-19 ottobre 2014). Il titolo dell'intervento era: "Nuovo Israele, giudaismo e sionismo: da san Pio X a Pio XII". Prima di passare al testo, proponiamo le slides che hanno fatto da sfondo alla conferenza stessa.

Antico Israele, Antica Alleanza, Nuovo Israele, Nuova Alleanza, ebraismo, giudaismo, sionismo. Sono termini da affrontare con chiarezza anche per la dimensione teologica che occupano. Se il Nuovo Israele (determinato dalla Nuova Alleanza) è la Chiesa, come Essa si pone rispetto a chi oggi rivendica per sé il titolo di “Israele”? Come l’Antico Testamento apre la strada al Nuovo?

  1. Il ruolo e la necessità della transizione dall’Antico Israele al Nuovo.

Nell’approcciare – anche in termini generali – qualsiasi tema inerente la Sacra Scrittura risulta difficile non notare come il Concilio Vaticano II, tra i suoi nefasti effetti ne ebbe in particolare due che riguardano direttamente ciò di cui stiamo parlando: in primis, allontanare dalla Fede ed indebolire la conoscenza delle Sacre cose portando ad uno sguardo più superficiale rispetto agli eventi biblici. Una conseguenza per alcuni paradossale ma in realtà facilmente comprensibile; in secundis, avendo implicato un netto avanzamento del modernismo, ha sostanzialmente contrastato la prospettiva cattolica relativa alla Nuova Alleanza.

È in particolare su questo secondo aspetto che ci focalizzeremo. Appare curioso notare come il compimento dell’Antico Testamento determinato dal Nuovo – e di conseguenza il carattere di Nuovo Israele proprio della Chiesa – sia stato avversato tanto dal giudaismo – per ovvie ragioni di tipo rivendicativo – quanto da nemici del giudaismo come, ad esempio, il nazionalsocialismo, il cui “cristianesimo positivo”, per altrettanto ovvie ragioni di stampo antibiblico, non vedeva di buon occhio la radice ebraica su cui sorse il Cristianesimo. Che i fedeli di Cristo siano i legittimi eredi della Tradizione veterotestamentaria risulta insopportabile tanto per chi presume di possedere l’Antico Alleanza, senza compierla, tanto per chi vorrebbe un Cristianesimo senza Tradizione e senza gli Antichi Libri della Bibbia.

In questo quadro, i modernisti – per una sorta di “compiacenza ecumenica”– hanno finito per sostenere o sottintendere il falso: ovvero che per salvarsi non sia necessaria la Nuova Alleanza, il messaggio di Cristo, ma possa bastare il Vecchio Patto.

Proposizione doppiamente falsa, non solo per quanto si è già spiegato ma perché, il giudaismo diasporico non ha lasciato inalterata la legge mosaica ma l’ha ampiamente alterata per mano del rabbinato. Nei Vangeli Gesù accusò i farisei di aver nascosto la “chiave della scienza” e domandò con vigore perché trasgredissero “il comandamento di Dio” in nome della loro “tradizione”. Non solo: i giudei, come i protestanti, hanno amputato la Scrittura dei libri cosiddetti deuterocanonici, tagliando dal corpo biblico parti significative.

Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, Primo e Secondo libro dei Maccabei, taluni passaggi di Daniele e di Ester: questi testi “censurati” in modo postumo. Come si può dunque dire che posseggano l’eredità dell’Antico Testamento?

Si deve invece con ragione sostenere che la Chiesa è l’Israele, il Corpo Mistico di Cristo. Nuovo e definitivo Israele. L’Antica Alleanza cede necessiariamente il passo alla Nuova e lo cede senza alternative, innestandosi pienamente. Maria è dunque la Nuova Eva (si inverte Eva in Ave); Gesù il Nuovo Adamo; Roma, la Nuova Gerusalemme; Pietro, Pastor Pastorum, il Nuovo Sommo Sacerdote; sul Golgota il Nuovo e Completo Sacrificio – ripetuto in maniera incruenta su tutti gli altari cattolici – che segna questo passaggio definitivo.

Vale quindi la pena di ribadire: chi eredita e completa la Legge di Mosè è la Chiesa Cattolica, non il rabbinato; la Vera Fede si trova nel Catechismo, non nel Talmud; le insegne di Re Davide spettano alla milizia cristiana, non ai giudei. Dalla parte di Sansone c’è la Chiesa, non l’attuale Sinagoga.  Nella Lettera agli Ebrei (8, 13) non ci sono dubbi circa l’Alleanza: “Dicendo «nuova», [Dio] dichiarò antica la prima. Or, ciò che è antiquato e vecchio, è vicino a sparire”.

Molte furono le profezie (e le “figure”) veterotestamentarie che hanno annunciato questo compimento, si pensi, giusto per nominarne una, a quella di Danile che indicò il tempo esatto della venuta del Messia. Oltre ad esse, la cessazione del sacerdozio ebraico, la distruzione del Tempio e la diaspora, seguite alla devastazione di Gerusalemme da parte dei Romani, furono i segni inequivocabili e definitivi che sigillarono quanto accennato: anche simbolicamente i luoghi dell’Antico lasciavano spazio al Nuovo e definitivo.

Risulterà ora chiaro perché i modernisti abbiano voluto così caparbiamente affievolire il carattere fondamentale di questo passaggio. Esso è una pietra d’inciampo insormontabile per l’eresia ecumenista, strumento di distruzione spirituale prediletto dai nemici della Chiesa.

  1. Dal giudaismo al sionismo: quale Israele?

Con la vocazione di Abramo e con gli episodi biblici di Isacco e Giacobbe iniziò la storia del popolo ebraico. Giacobbe fu il Santo eponimo del popolo d’Israele. La parola “eponimo” viene dal greco epónymos, composto di epí “sopra” e ónyma“nome”, significa infatti “soprannominato”. Giacobbe è quindi detto Israele. Vi è un passaggio biblico in cui tutto questo si rende profeticamente chiaro: Isacco benedì suo figlio Giacobbe, che rappresenta sia il Vecchio Israele (veterotestamentario) sia il Nuovo Israele ovvero la Chiesa, che a sua volta è il Corpo mistico di Cristo. Nell’atto della benedizione – riportato in Genesi 27, 29 – disse: “A te servano i popoli, a te si inchinino le genti”. Già in questa frase si nota come si distanzino inconciliabilmente la lettura che, da un lato, ne ha sempre dato la Chiesa (proponendola come urgenza di evangelizzare le genti e di farle entrare nel Corpo Mistico) e, sul fronte opposto, certo rabbinato che, anche ai giorni nostri, la legge in chiave nazionalista.

Il Signore diede la Sua legge a Mosè ma il popolo d’Israele tradì innumerevoli volte. Gli ebrei dopo Salomone si divisero in due regni: quello d’Israele e quello di Giuda. Il primo fu distrutto e disperso: le famose “dieci tribù disperse”. Il secondo pur tra mille traversie sopravvisse alla rovina del primo.

Arrivò la deportazione di Babilonia e iniziò così la fase storica del giudaismo (anche se oggi “ebrei” e “giudei” sono, per comodità, usati come sinonimi).

Nei tempi che seguirono, ebbero luogo la corruzione del dogma e la nascita di alcune sette, tra cui quella “purista” e ipocrita dei farisei. Questi, come abbiamo visto, non mancarono di indirizzare il popolo verso tradizioni umane e, di conseguenza, verso l’errore. Furono durissimamente contrastati da Nostro Signore. Il giudaismo era accecato al punto di non riconoscere il Messia e di metterlo a morte. Le profezie si compirono: la Palestina fu devastata dalle guerre, il Tempio distrutto dai romani, il sacrificio dovette cessare, iniziò la diaspora, Gerusalemme divenneAelia Capitolina.

I giudei si trovarono privi del luogo di culto per eccellenza e dispersi in terre lontane. Nei secoli successivi venne redatto il Talmud. Il processo di ripiegamento della loro religione, già così sviata dalle sette al tempo di Nostro Signore, accelerò drammaticamente e il Cristianesimo – nonostante le persecuzioni della Sinagoga – trionfò: coloro i quali si ritenevano, a torto, gli eredi di Mosè finirono per perdersi nelle cavillose prescrizioni rabbiniche e a chiudersi sempre più fino a rigettare il proselitismo, spingendosi ad abbracciare un esclusivismo sempre più settario. La separazione dai cristiani divenne per loro qualcosa di auspicato.

Il processo storico qui descritto, seppur tra alterne vicende, durò fino al XVIII secolo, ovvero fino alla cosiddetta emancipazione rivoluzionaria. In verità un’emancipazione che, visti i rischi dati da una potenziale assimilazione, tra gli ebrei fu accolta in molti casi in maniera tutt’altro che gioiosa.

Ciò che è storicamente noto come “l’apertura dei ghetti” trovò entusiasti e refrattari. Certamente questo evento pose gli ebrei davanti ad un dilemma: se e come restare ebrei in una società non ebraica.

Semplificando abbondantemente possiamo dire che le risposte – pur con sovrapposizioni e varianti, in luoghi e momenti diversi – furono circa tre.

La prima fu quella assimilazionista: riguardò gli ebrei che colsero l’emancipazione come un’opportunità, alcuni di loro tranciarono i legami con la Sinagoga e si aprirono alle comunità nazionali in cui erano inseriti. Sebbene con diverse sfumature, in questa categoria può inserirsi anche la figura nota come “l’ebreo non ebreo”. Molti di loro furono impegnati in politica come liberali, socialisti, repubblicani e, in seguito, anche fascisti e comunisti. Non mancarono molti casi di conversioni al Cristianesimo.

La seconda risposta fu sostanzialmente refrattaria. Alcuni settori “ortodossi”, “tradizionalisti”, “religiosi” videro nella modernità e nell’emancipazione dei pericoli letali. Ancora oggi, tanto negli Stati Uniti quanto nel Vecchio Continente, si possono incontrare ebrei di questo gruppo: amano vivere, comportarsi e vestirsi come un tempo. Tendono a non partecipare più del minimo indispensabile alla vita dei popoli “gentili” tra i quali stanno. Molti membri di questo gruppo, quando nacque il sionismo, lo avversarono duramente, perché questa opzione politica risultava in contrasto con i precetti religiosi.

La terza risposta ebbe alcuni caratteri della prima ed alcuni della seconda, ovvero non fu animata da ebrei tradizionalisti e religiosi ma, come accennato, ipotizzò la creazione di uno Stato ebraico distinto dagli altri. Questa terza opzione fu incarnata dal sionismo. Il sionismo ebbe tra i suoi propugnatori principalmente da ebrei “laici” e intrisi di ideali romantici e nazionalistici tipicamente ottocenteschi. Come accennato, fu proprio dai settori religiosi che si levarono dure critiche e severe condanne verso quella che continua ad essere da alcuni considerata come la “bestemmia sionista”, la quale, con l’accelerazione imposta dall’azione umana, ricostruirebbe artificialmente il Regno d’Israele (se non anche il Tempio) senza attendere la venuta del Messia. Il rabbinato ortodosso e i leader politici del sionismo si guardarono con diffidenza per lungo tempo: ancora oggi alcune frange ultraortodosse – pensiamo al Neturei Karta – continuano ad attaccare duramente l’ideologia nazionale ebraica. Col passare del tempo, ed in particolare negli ultimi decenni, il sionismo vinse sugli altri due fronti: da un lato, si guadagnò amplissime simpatie tra gli ebrei – anche tra i più assimilati – della diaspora e dall’altro quelle del rabbinato ortodosso. Quest’ultimo elemento favorì la sua radicalizzazione nazionalista ed esclusivista.

La “fase acuta” in cui la Chiesa dovette confrontarsi sia con l’attivismo politico-ideologico dell’ebraismo assimilato (tanto liberale quanto socialista o comunista) sia con la nascita del sionismo e la conseguente costruzione graduale dell’indipendenza israeliana fu principalmente nel periodo che andò dal regno di Pio X a quello di Pio XII.

 

  1. La Dottrina Cattolica e la questione ebraica: il rifiuto del nazionalismo sionista, del razzismo nazionalsocialista e dell’ecumenismo

Prima di affrontare qualsiasi discorso relativo alla posizione della Chiesa rispetto alla questione ebraica – in particolare tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo – è necessario ribadire un concetto basilare: l’urgenza della conversione dei giudei a Cristo è, nella retta Dottrina, un dato fondante. Questo elemento investì totalmente la questione ebraica anche per ciò che riguardò i rapporti della Chiesa con le altre religioni (condanna dell’ecumenismo e dell’indifferentismo) e persino con il nazionalsocialismo, le cui proposte per la risoluzione del “problema ebraico in Europa” erano diametralmente opposte alla Verità e alla Carità rappresentate dai Pontefici Romani (i quali condannarono senza mezzi termini il razzismo). Vi è dunque perfetta armonia tra la diffidenza cattolica verso il nazionalismo sionista e l’irrinunciabile negazione del razzismo nazionalsocialista e dell’ecumenismo liberale e massonico. Lo “spirito” di queste ideologie nega, direttamente o indirettamente, la Regalità sociale di Cristo, così mirabilmente definita da Pio XI nell’Enciclica Quas Primas.

3.1 Cattolicesimo e sionismo: divergenze sostanziali

Già dai presupposti appena descritti si intende facilmente come per la teologia cattolica non sia contemplato un diritto, esistente per se, alla creazione di uno Stato ebraico. Si può con ragione affermare che la questione sia risolta in termini metafisici prima che politici, ovvero nella dottrina prima che nella prassi: in sostanza – come detto – l’urgenza sta nella conversione non nella fondazione di uno Stato la cui stessa esistenza non si potrebbe realizzare se i giudei abbracciassero la Fede Cristiana.

Visto però, anche nei secoli precedenti, il sussistere de facto di comunità che non convertendosi si mantenevano legate al giudaismo, per accidens non apparve vietato che gli ebrei potessero insediarsi in un territorio comune ed autonomo, in qualche parte del mondo, ovviamente senza che questo portasse ad identificare il suddetto territorio con la Terra Santa e la sua trasformazione in “Stato d’Israele” (verso il quale l’atteggiamento avverso del Vaticano ebbe motivazioni anche di ordine politico, complicate ulteriormente dalla delicata questione dei Luoghi Santi). Quanto detto è confortato dal fatto che nelle società cristiane sia stata tradizionalmente tollerata de jure la presenza israelitica anche in spazi separati.

Una volta chiarito ciò che indica il Magistero – per cui vale il principio semper idem, ovvero che non può mai contraddirsi – i modi con cui devono essere affrontate le problematiche connesse alla presenza ebraica entrano nell’ambito della prassi politica, che pure – è bene ribadirlo – deve essere un’ortoprassi, ossia ispirata ai dettami della religione.

Quando Teodoro Herzl decise di chiedere udienza a San Pio X, pare che le risposte del Capo della Chiesa furono tutt’altro che soddisfacenti per l’ideatore del sionismo. Il rifiuto fu netto: “Non riusciremo ad impedire agli ebrei di andare a Gerusalemme ma non potremo mai favorirlo”, “Gli ebrei non hanno riconosciuto il Signore nostro, quindi noi non possiamo riconoscere il popolo ebraico”, “Certo che preghiamo per loro, perché il loro spirito veda la luce. Proprio oggi la Chiesa celebra la festa dei non credenti che si sono convertiti in qualche modo miracoloso, come sulla strada di Damasco. Quindi se lei intende andare in Palestina a stabilirvi il suo popolo, saremo pronti con chiese e sacerdoti a battezzarvi tutti”.

Le stesse parole di San Pio X sullo “spirito che deve vedere la luce” erano mutuate dalla celeberrima preghiera del Venerdì Santo in cui si afferma in relazione agli ebrei: ut, agnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur (affinché riconosciuta la luce della Tua verità, che è Cristo, siano sottratti alle loro tenebre).

I Papi successivi (Benedetto XV, Pio XI e Pio XII), pur con sfumature diverse, rimasero sostanzialmente diffidenti verso il nazionalismo sionista dati i rischi macroscopici che esso implicava. In termini politici è necessario ribadire che, alla fondazione dello Stato, il Vaticano non diede luogo ad un riconoscimento ufficiale. Nel maggio 1948, sulla stampa cattolica, non mancarono articoli che ricordavano come i Luoghi Santi appartenessero alla Cristianità, il “Vero Israele”. Effettivamente, come abbiamo visto, l’uso stesso della parola “Israele” attribuita allo Stato ebraico, suona come una sostituzione rispetto al Novus Israel, Verus Israel incarnato dalla Chiesa di Cristo, pienamente titolare di quella Nuova Alleanza che ha completato e rimpiazzato l’Antica.

Diversi furono i richiami di Papa Pacelli nel periodo in cui prendeva forma l’indipendenza israeliana, forte e decisa fu la richiesta dell'internazionalizzazione di Gerusalemme. Nell'Enciclica In Multiplicibus Curis (24 ottobre 1948) il Sommo Pontefice affermava:

«Siamo pieni di fiducia che queste suppliche e queste aspirazioni indice del valore che ai Luoghi Santi annette così gran parte della famiglia umana, rafforzino negli alti consessi, nei quali si discutono i problemi della pace, la persuasione dell'opportunità di dare a Gerusalemme e dintorni, ove si trovano tanti e così preziosi ricordi della vita e della morte del Salvatore, un carattere internazionale che, nelle presenti circostanze, sembra meglio garantire la tutela dei santuari. Così pure occorrerà assicurare con garanzie internazionali sia il libero accesso ai Luoghi Santi disseminati nella Palestina, sia la libertà di culto e il rispetto dei costumi e delle tradizioni religiose».

Il Venerdì Santo del 1949ancora una volta il Pontefice lanciava i suoi richiami attraverso l'Enciclica Redemptoris Nostris:

«Con la sospensione delle ostilità, si è ancora lungi dallo stabilire effettivamente in Palestina la tranquillità e l'ordine. Infatti, giungono ancora a Noi i lamenti di chi giustamente deplora danni e profanazione di santuari e di sacre immagini, e distruzione di pacifiche dimore di comunità religiose. Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere. […] Questa pace, vera e duratura, Noi abbiamo ripetutamente invocato; e, per affrettarla e consolidarla, già dichiarammo nella Nostra lettera enciclica In multiplicibus «essere assai opportuno che per Gerusalemme e per i suoi dintorni – là dove si trovano i venerandi monumenti della vita e della morte del divin Redentore – sia stabilito un regime internazionale, che nelle attuali circostanze sembra il più adatto per la tutela di questi sacri monumenti».

Come abbiamo accennato, queste posizioni sulla Palestina e sui Luoghi Santi, non impedirono in alcun modo atti di grande coraggio al momento della persecuzione hitleriana. Si pensi a Pio XI ai tempi della condanna dottrinale del razzismo e del paganesimo nazionalsocialista (Enciclica Mit Brennender Sorge, 1937) o, giusto per fare un ulteriore esempio, a Pio XII quando protesse gli ebrei dalla deportazione nei campi tedeschi. Questi, ed altri, furono chiari esercizi di carità cristiana verso uomini esposti a grandi pericoli e a forti vessazioni.

Una nota ulteriore sulla vexata quaestio di Pio XII: sugli scaffali delle librerie italiane in anni recenti si sono trovati fianco a fianco saggi con titoli come Il Papa di Hitler o Il Papa degli Ebrei. Quest'ultimo testo ebbe il merito di mettere in luce verità che erano state offuscate da certa propaganda. Apparirà scontato ma è bene ribadire che, copertine a parte, Pio XII non fu Papa dei nazionalsocialisti o dei giudei ma “semplicemente” Papa della Chiesa Cattolica, tanto nella sua volontà quanto nei suoi atti.

3.2 La Chiesa rigetta nazionalsocialismo ed ecumenismo

Come sì è accennato poco fa, la difesa della Regalità sociale di Cristo – Regalità che riguarda anche il cuore degli uomini – incontra nel sionismo un pericolo sostanziale. Questa soluzione della “questione ebraica” appare non soddisfacente ma risultano ancor più insoddisfacenti la soluzione razzista ed anticristiana tipica del nazionalsocialismo e la soluzione irenista-liberale propria dell’ecumenismo massonico, che tanta fortuna avrà nei decenni successivi.

Se per stroncare in modo definitivo l’ecumenismo interreligioso risulta sufficiente la lettura – insieme a miriadi di altri testi dottrinali – della Mortalium Animos di Pio XI o del Catechismo Maggiore di San Pio X, per quanto invece concerne il nazionalsocialismo il discorso si fa più lungo e complesso.

L’ideologia hitleriana nacque già “malata di modernità”: la sua contrapposizione all’ebraismo non era teologica ma razziale. Risulta curioso notare come l’esclusivismo nazionalsocialista fosse schiettamente anticristiano, così come schiettamente anticristiano ed “antigentile” è certo esclusivismo rabbinico che ancor oggi riecheggia dal Vicino Oriente. Gli hitleriani, combattendo energicamente la Chiesa Cattolica, si erano inventati un “Cristo ariano” ed un “cristianesimo positivo” immaginari e totalmente antibiblici.

Pio XI fu il Papa che non solo condannò le follie razziali tedesche ma che non esitò ad indicare come gravi pericoli – attraverso l’enciclica Non abbiamo bisogno (1931) – gli eccessi da “statolatria pagana” propri del fascismo italiano. La Mit brennender sorge (1937), che reca la sua firma, è largamente dovuta all’intenso lavoro di redazione compiuto dai cardinali Pacelli (futuro Pio XII) e von Faulhaber, arcivescovo di Monaco, di cui parleremo a breve.

Il testo non lascia spazio a dubbi:

«Se la razza o il popolo, se lo Stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro li distacca da questa scala di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi e, divinizzandoli con culto idolatrico, perverte e falsifica l’ordine, da Dio creato e imposto, è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita ad essa conforme. […] Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua»

Menzionavamo poc’anzi il Cardinal Faulhaber e facevamo cenno dei suoi meriti relativi alla redazione dell’Enciclica. Non si esagera nel definire questo prelato come un vero e proprio Defensor Fidei. Celeberrime furono le sue omelie contro il nazionalsocialismo e contro il “cristianesimo” – falso e depauperato dell’Antico Testamento – proposto dagli hitleriani. Questi, buttato via l'Antico Testamento, avrebbero dovuto buttar via anche i quattro evangelisti, San Paolo e tutto il Nuovo Testamento. In realtà l’atteggiamento nazionalsocialista rispetto alle Scritture veterotestamentarie aveva poco di inedito: già l’eresia di Marcione – diffusa fra il II e il V secolo – rifiutava ogni interpretazione cristiana dell'Antico Testamento e asseriva l'opposizione tra questo e il Vangelo.

Le parole dello stesso Faulhaber erano espressione della Dottrina e – ovviamente – ben distanti da ogni forma di “dialogo interreligioso”. Il cardinale sferzava con equilibrio e sapienza gli errori del giudaismo e dei protestanti chiarendo che i libri dell’Antico Testamento traevano il loro valore non dal fatto di essere stati scritti dagli ebrei ma dall’essere ispirati da Dio. Lo stesso principio eretico-protestante in base al quale solo la Scrittura (“Sola Scriptura”) potesse bastare per avere una retta Fede, fu avversato apertamente: risulta inaccettabile per la Chiesa e gravemente contradditorio per chiunque abbia buon senso.

Alla luce di quanto scritto, non sembra dunque erroneo parlare di “fariseismo” nazionalsocialista: alcune somiglianze tra gli atteggiamenti farisaici e quelli nazionalsocialisti balzano agli occhi. I primi lottavano contro la contaminazione straniera dell'ellenismo, i secondi contro ciò che era contrario allo spirito nazionale tedesco, in particolare se di marca ebraica. Entrambi erano dimentichi della Caritasnel suo significato autentico (“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle” [Matteo 23, 23]). Entrambi intransigenti, oltranzisti e ossessionati dalla purezza (“Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di rapina e d'intemperanza” [Matteo 23, 24-25]). Entrambi sedicenti difensori di una tradizione che però era tutta umana e contraria al Cristianesimo.

La casa editrice Morcelliana di Brescia nel 1934 pubblicò la raccolta delle omelie del Faulhaber: Giudaismo, Cristianesimo, Germanesimo: prediche tenute in S. Michele di Monaco nell'Avvento 1933.

Il clero tedesco offrì, pur non in modo unanime, esempi di eroica opposizione alle derive nazionalsocialiste. Si pensi, giusto per fare un esempio tra i molti, al vescovo di Munster, poi cardinale, Clemens August von Galen, detto il “Leone di Munster”. Fece una guerra aperta alle aberrazioni dell’ideologia hitleriana. Non si oppose ad Hitler per motivi banalmente politici ma religiosi e patriottici. Era considerato un reazionario della nobiltà westfalica, un uomo di principi gerarchici e che diffidava del “dispotismo della massa”.

Il coraggio e la fermezza dimostrati dalla Chiesa Cattolica tedesca ovviamente costarono molto in termini di persecuzioni dirette ed indirette.

  1. Conclusioni

Il compimento dell’Antico Israele nel Nuovo Israele è un elemento imprescindibile per la teologia cattolica. Il Nuovo ha la sua origine nell’Antico e l’Antico è la premessa del Nuovo. Nell’economia della salvezza la Nuova Alleanza non è opzionale, l’urgenza dell’adesione ad essa è irrinunciabile e riguarda ogni uomo.

La Regalità sociale di Cristo essendo universale risulta incompatibile con il nazionalismo ebraico-sionista, con le false dottrine e le inaccettabili pretese del giudaismo talmudico e, allo stesso tempo, con alcune assurde soluzioni della “questione ebraica”, tra le quali ad esempio, il nazionalsocialismo. Similmente, la vocazione pseudouniversalista e totalmente eretica dell’ecumenismo si contrappone al Cattolicesimo, tentando di sostituirlo con un falso culto indifferentista, irenista e liberale il quale, oltre tutto, nega il carattere vincolate ed esclusivo della Nuova Alleanza e de facto l’intera Tradizione Cristiana.

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