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di Guido Landolina
  

(Seconda parte di tre)

Nel clima politico, filosofico e religioso dell’Ottocento… 1

Nella prima parte della presente trattazione avevo sviluppato una serie di considerazioni sulla storicità dei Vangeli.
Avevo anche diffusamente illustrato, anche se per sommi capi, in quale clima ebbe a svilupparsi nell’Ottocento e poi anche nel Novecento una critica teologica tutta rivolta allo smantellamento dei vangeli.
Una critica nata in ambiente protestante dai primi illuministi e deisti inglesi, seguiti poi da francesi e tedeschi.
Gli illuministi propugnavano l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità in cui le religioni, in primo luogo quella cattolica, secondo loro lo avevano tenuto.

  La religione cattolica veniva presentata come oscurantista, medievale, ostile al progresso, schierata per di più a difesa dell’immobilismo politico.
In questo clima culturale nascevano correnti di pensiero che – in chiave politica – avrebbero portato prima alla rivoluzione francese, quindi alla caduta delle varie monarchie europee, all’abbattimento dello Stato vaticano in Italia, al marxismo ateo, al socialismo, al nazional-socialismo e fascismo e infine al materialismo capitalista.
Era un clima in cui diventava ideologicamente importante demolire la Chiesa, vista come influente fonte di potere politico in Europa, cominciando a distruggerne la sua cultura che aveva fino ad allora informato la vita della società.
Bisognava dunque mettere prima di tutto in discussione i principi alla base di tale cultura, cioè il Vangelo.
Demolito il Vangelo sarebbe crollata anche la Chiesa cattolica romana, considerata pietra angolare dell’intero cristianesimo, e con essa il suo ‘potere’ politico.

  È proprio in questo periodo storico che si era venuta consolidando una certa teologia che – impregnata di razionalismo – si era concentrata nello studio dei vangeli allo scopo di eliminare sistematicamente tutto quanto in essi sembrasse non rispondere ai criteri di una ‘sana’ Ragione.
L’aldilà ( e quelle che seguono sono le ‘parole d’ordine’ di questo attacco concentrico da parte di una certa teologia, di una certa filosofia e di una certa politica) è una chimera, perché esiste solo l’aldiqua che possiamo toccare con mano e controllare ‘scientificamente’. Il ‘Dio’ degli ebrei, dei musulmani e dei cristiani è una invenzione dei rispettivi preti. I vangeli con i loro miracoli, resurrezioni ed ascensioni sono un insieme di racconti mitici che vanno depurati delle leggende, come ad esempio quelle del peccato originale, della verginità di Maria, degli esorcismi e via dicendo. I vangeli si riducono ad un insieme di norme e regole morali, sia pur di alto profilo, dove però l’ispirazione di Dio non c’entra proprio niente, come non c’entra nei profeti, poveri illusi convinti che sia Dio a dare origine a quelle che sono solo le fantasie della loro mente malata…

  Fra i tanti esponenti di questa corrente di pensiero, nata dall’Illuminismo e diventata dominante dall’Ottocento in poi in certi ambienti della critica teologica sostanzialmente anticristiana, pensiero che ha avuto enorme influenza prima sulla cultura europea e poi su quella dell’intero mondo occidentale divenendo la base ‘ideologica’ dell’attuale ‘laicismo’, ho scelto – per darvi un’idea più precisa dei suoi assunti – alcuni dei nomi più ‘significativi’, quelli di Ernest Renan, Alfred Loisy e Rudolf Bultmann, in quanto la loro influenza è stata forte e si fa sentire ancora oggi, anche fra i cattolici.
Degli studi condotti nelle mie varie opere2 sui quattro Vangeli – studi confortati ed arricchiti dalle fresche e bellissime visioni mistiche sulla Vita e Predicazione di Gesù dell’Opera di Maria Valtorta – il meno che qualche ‘avversario’ potrebbe dire è che si tratti in definitiva delle ‘solite’ opere apologetiche in difesa del cristianesimo, e neanche delle migliori.

  Ritengo allora che – prima ancora che io mi metta a dire bene di Gesù – sia ‘politicamente corretto’ lasciare che di lui i tre personaggi suddetti dicano il maggior male possibile, utilizzando io qui – lo dico a scanso di equivoci’ perché non si pensi che possa averne travisato il pensiero – le  loro stesse parole tratte dalle loro stesse opere.
Non temano però – i miei lettori ‘ben pensanti’ – che queste loro idee possano ‘corrompere’ l’ignaro ed impreparato lettore.
Anzi le idee dei tre – che ho rintracciate sparse qui e là nelle loro opere e che qui di seguito presento in forma ‘concentrata’ come una ‘summa’ del loro pensiero – costituiranno, lungi dal far morire il paziente, una sorta di ‘vaccinazione’ in quanto emergerà chiarissimo non tanto il valore scientifico delle loro critiche quanto il loro velleitarismo e lo spirito decisamente anticristiano, e quindi pregiudiziale, che le anima.
Se nel Vangelo di Giovanni rifulge di più il Verbo: il Figlio di Dio, il Dio-Uomo, nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca – vedremo invece emergere di più l’Uomo-Dio, nel quale coesiste la realtà di una doppia natura.

  In Gesù convivevano infatti due nature: quella divina e quella umana. Due nature perché in Lui coesistevano il Verbo e l’anima dell’Uomo con la sua realtà carnale.
Le due nature erano coesistenti ma, a seconda delle circostanze, poteva rivelarsi l’una o l’altra o più una che non l’altra. Egli era Figlio di Dio, ma era anche Figlio dell’Uomo.
Figlio di Dio per la parte ‘spirituale’, perché generato in Maria dallo Spirito Santo, ma Figlio dell’Uomo perché nato fisicamente dalla ‘carne’ di Maria.
Questo della Divinità e della Umanità di Gesù è uno dei concetti più difficili da accettare, se valutato secondo l’ordine umano, ma alla luce del ‘divino’  la spiegazione è semplice, anche se ora cercherò di farlo capire con ragionamenti ‘alla buona’ e non certo con termini teologico-dottrinari.

  Cristo, sulla Croce, ha sofferto come ‘uomo': fisicamente, moralmente e spiritualmente.     Ma anche il Verbo che era in Lui ha ‘sofferto’ spiritualmente, essendosi incarnato in Gesù per riscattare i peccati dell’Umanità.
Pure nella Resurrezione Gesù manifesta le due nature: di uomo dal punto di vista della ‘solidità’ corporea quando si ‘materializza’ nel Cenacolo di fronte agli apostoli e nel suo successivo periodo di permanenza con essi sulla terra, di Dio nella sua capacità di auto-resurrezione e nel suo corpo glorificato.
Lo stesso nell’Ascensione al Cielo, in Corpo, Anima e Divinità.
La ‘natura’ di Dio era dunque ‘dentro’ all’Uomo. E il Verbo-Dio presente in Gesù decideva di rivelarsi all’esterno a seconda di come Egli lo reputasse necessario per la sua missione, missione di Dio. Ecco perché talvolta Gesù, cioè il Gesù-Uomo, mostra di non aver l’Onniscienza. Quello è il caso in cui ‘appare’ la natura dell’Uomo. Dico ‘appare’ perché in realtà vi è sempre – contestuale – quella invisibile di Dio.

  Altre volte Gesù rivela Onniscienza, e quello è il caso in cui il Dio che è nell’Uomo-Gesù decide di mostrarsi secondo questa natura, sempre per il bene della ‘missione’.
Quando Gesù soffre la fame, la sete, la croce, la soffre nella sua natura di uomo: perché come Dio – puro Spirito – non potrebbe avere di queste sofferenze.
Quando Gesù – nell’imminenza della Passione – sente il Padre sempre più lontano, fino a sentirsi del tutto solo di fronte alla Passione, è perché il Gesù-Uomo avverte – dico ‘avverte’ – un senso di ‘distacco’ dal Padre, sperimentando il terribile ‘abbandono di Dio’.
E’ il distacco, non reale ma psicologico, che il Verbo-Gesù opera nei confronti del Gesù-Uomo affinché quest’ultimo – privo del sostegno della divinità, o meglio ‘sentendosi’ privo di tale sostegno – beva fino in fondo l’amaro calice della Passione sentendosi abbandonato persino dal Padre.

I ‘campioni’ del positivismo, del modernismo e del razionalismo

Ciò chiarito, che dire ora dei nostri tre sopracitati ‘alfieri’?
Il loro pensiero è appunto quello delle correnti positiviste e moderniste.
Il positivismo dell’Ottocento era un indirizzo che sosteneva che unica fonte di verità e di certezza è il mondo fenomenico. Nell’esaltazione del sapere sperimentale il positivismo è irriducibilmente antimetafisico e agnostico.
Il modernismo è un complesso di dottrine sorte nell’Ottocento-Novecento  per influsso delle moderne filosofie dell’immanenza, cioè della ‘non trascendenza’.
Esso cerca di ‘interpretare’ il Cristianesimo e renderlo accessibile alla cultura contemporanea. Il modernismo fu condannato da S. Pio X come demolitore di ogni religione positiva essendo caratterizzato da agnosticismo, immanentismo, relativismo ed evoluzionismo.
Il razionalismo illuminista, ai fini di questo mio discorso, consiste in una esagerata valutazione della ragione umana che nega la trascendenza dell’essere rispetto al pensiero, esclude il Mistero e la Rivelazione, il Cristianesimo, ecc.

  Enest Renan (1823-1892), francese, ex seminarista, fu storico, filosofo e scrittore. Esponente del positivismo scrisse la Vita di Gesù che ebbe enorme risonanza. L’influsso del suo pensiero e della sua personalità nella cultura e nella letteratura francese, e non solo, fu vasto e profondo.
Alfred Loisy (1857-1940), francese, sacerdote, fu l’iniziatore del modernismo.
Le sue pubblicazioni di esegesi biblica furono condannate dal Santo Uffizio e nel 1908 fu scomunicato. Negò il concetto di ispirazione e quello del soprannaturale in genere, e applicò alla Sacra Scrittura le teorie più spinte del razionalismo tedesco, fino a presentare la Chiesa come un travisamento cosciente del Regno di Dio.
Rudolf Bultmann (1884-1976), tedesco, teologo protestante, diede grande contributo scientifico allo sviluppo della scuola della ‘Formgeschichte’, ma il suo nome è legato soprattutto alla ‘demitizzazione’, concetto che presume ricondurre a livello naturale e a dimensioni umane fatti e persone del testo biblico a cui l’ignoranza ed il fanatismo religioso avrebbero attribuito caratteri soprannaturali in un contesto ‘mitico’.

Costoro – come già accennato – hanno avuto un largo seguito e hanno influito non solo sulla cultura generale e sul pensiero filosofico e teologico moderno ma anche su teologi ‘cattolici’ e, ahimè, sulla formazione di non pochi sacerdoti usciti dal seminario giovanile che ora, ritenendosi attrezzati di una fede ‘razionale’ ed ‘adulta’, di tanto in tanto sentiamo predicare dai pulpiti di certa stampa che si compiace di dar loro risalto nonché, caso ancor più grave, dai pulpiti di qualche chiesa.
Ma, in parole povere, che cosa hanno dunque affermato i nostri tre?

  Ve lo spiegherò utilizzando qui di seguito le loro stesse parole e frasi che ho estratte –  come vi ho detto – dalle loro opere:

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Renan (da ‘La vita di Gesù’, Feltrinelli Economica, 1978):

‘Quando l’uomo si distinse dall’animale, l’uomo divenne ‘religioso’…Le antiche religioni, frutto di questo sentimento di religiosità insito nell’animo dell’uomo,  sono un fenomeno storico che si è evoluto nel tempo da forme più rozze ad altre sempre più evolute, non senza aberrazioni e deviazioni tremende…Le religioni, in realtà, non provengono da Dio ma sono delle grandi regole morali e dogmatiche…Le civiltà che si sono susseguite le hanno fatte però progredire ed il cristianesimo ne costituisce in un certo senso l’apice.
Le religioni sono dunque il risultato di una elaborazione ‘umana’ più o meno evoluta a seconda del progresso della civiltà dei singoli popoli. E la religione cristiana non fece eccezione a questa regola.
Gesù non fu un Dio che – quale Messia – entra nella storia ma solo un individuo straordinario.
I profeti non erano uomini che parlavano per conto di Dio quanto piuttosto uomini che ‘credevano’ di interpretare un messaggio divino.
L’idea stessa del Messia ‘liberatore’ è una idea maturata nella testa di questi ‘profeti’ come risorsa ultima contro tutte le frustazioni che la storia e le sconfitte ad opera degli altri popoli imponevano.
Il profeta Isaia nel celebre brano messianico sull’uomo dei dolori non pensava certo al Messia-Gesù ma si sarà probabilmente ispirato a qualche poveraccio di profeta malmenato e torturato dai suoi contemporanei…
La prima Apocalisse del Vecchio Testamento, e cioè il ‘Libro di Daniele’, è  un risorgimento del profetismo che riformulava (ma umanamente e non certo per ispirazione divina) la speranza di un Messia, un figlio dell’Uomo che verrà sulle nubi del cielo, cioè un essere soprannaturale vestito di apparenze umane incaricato di giudicare il mondo e presiedere all’età dell’oro, cioè il regno di Dio in terra.

Successivamente, l’era di pace di quell’epoca romana avrebbe lasciato pensare che quello fosse il momento giusto per l’arrivo del Messia, e tutti in Israele se lo aspettavano.
Nei Giudei l’aspettativa era al colmo. Al riguardo l’episodio evangelico della Presentazione di Gesù al Tempio con Simeone ed Anna è evidentemente una leggenda.
L’attesa messianica era insomma una attesa frutto di frustazioni e di sogni. Il termine di ‘’figlio di Dio’ è stato attribuito a Gesù Cristo in quanto egli venne considerato l’interprete di questi sogni: termine giusto, naturalmente, perché Gesù Cristo seppe far fare un enorme balzo in avanti alla storia, ma che non stava certo a significare che Gesù fosse veramente ‘figlio di Dio’.
Gesù è nato a Nazareth ma è stato fatto figurare come nato a Betlemme per far coincidere il luogo di nascita con le profezie messianiche che così prevedevano.
Il ruolo di ‘Salvatore’ gli è stato attribuito dopo, ed il nome ‘Gesù-Salvatore’ gli è stato imposto alterando quello di Giosuè. Gesù era infatti un mistico e si esaltava l’anima credendosi appunto un ‘salvatore’.

I suoi genitori erano gente di mediocre condizione e la sua famiglia era anche molto numerosa: forse c’erano stati più matrimoni invece di uno e Gesù aveva fratelli e sorelle dei quali pare fosse il maggiore.
La bellezza di Maria, ritenuta un ‘dono’, era in realtà comune alle donne di Nazareth, ‘piene di grazia e di languore, del tipo siriano’.
I luoghi ‘santi’ dei cristiani sono ‘apocrifi’ e meschini santuari prediletti dalla pietà dei secoli rozzi.
Gesù si era imbevuto di letture profetiche, in particolare Daniele, credendosi alla fine proprio il Figlio dell’Uomo, il Messia, con relativa gloria e corollario di terrori apocalittici.
Gesù  era un giovane ‘villano’, un semplice, insomma.
Nel momento infatti in cui la cultura ellenistica di allora negava la possibilità del ‘miracolo’, Gesù – in ritardo evidentemente sui tempi – visse in pieno soprannaturale.
Egli credeva al Diavolo, presentato come una specie di Genio del Male, e credeva anche nel potere della preghiera.

Fin da fanciullo si ribellava (vedi l’episodio di Gesù dodicenne ritrovato al Tempio) all’autorità paterna, pur di seguire la sua ‘vocazione’.
Le relazioni di parentela, cioè sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle,  contavano assai poco per lui e sembra che la sua famiglia non lo avesse troppo amato. Anche quelli che lo amavano erano dei ‘semplici’.
Israele si rifugiò nella credenza messianica per uscire dalle proprie frustazioni e saziare la propria sete di vendetta.
Lo stesso dogma della resurrezione dei  morti nel quale credevano i farisei era un modo analogo di ‘rifarsi’ partecipando al Regno del Messia. E Gesù respirò queste dottrine.
Gesù però non si dichiarò apertamente Dio ma, più prudentemente, ‘figlio’ di Dio. Anzi si inventò Dio come Padre suo e…nostro, cioè un Dio che è anche Padre di tutta l’Umanità. Poi, copiando Daniele, si inventò anche il concetto di ‘Regno di Dio’.
Gesù applicò a sé l’appellativo di Figlio dell’Uomo di Ezechiele e Daniele perché questo era considerato uno dei titoli del Messia.

Le massime di Gesù erano copiate dall’Antico Testamento oltre che da quelle dei saggi che erano pervenute oralmente.
Gesù usava massime vecchie che però sapeva presentare in maniera nuova.
Tutta la morale evangelica è la più alta creazione della coscienza umana, e non è certo di ispirazione divina.
I sacerdoti sono inutili mediatori fra l’uomo e Dio.
Il titolo di Figlio di Dio, Gesù se lo è insomma meritato dagli uomini perché egli seppe fondare un culto basato sulla purezza del cuore e sulla fraternità umana, idea sublime che poi, nei secoli, venne tradita completamente dalla Chiesa cristiana.
Sono i miracoli quelli che rovinano i Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Ma senza i miracoli i  vangeli avrebbero mai convertito la terra?
Gli evangelisti utilizzarono l’amicizia fra Gesù e Giovanni Battista per creare un ‘sistema’ che dava come prima base alla missione di Gesù proprio la ‘testimonianza’ di Giovanni.

Gesù nei suoi impeti di volontà eroica finì per credersi ‘onnipotente’ e più gli altri credevano in lui e più lui credeva in se stesso.
D’altra parte i discepoli erano gente semplice, tutti profondamente ignoranti, avevano l’animo debole, credevano agli spettri e agli spiriti, anche se tuttavia avevano gran cuore e bontà. Erano insomma una ‘brigata di liete creature’
Il suo predicare, come nel discorso della montagna, era mite e soave. Nelle varie ‘beatitudini’ di questo discorso nessun legame univa un brano all’altro ma lui riusciva a dar loro unità.
Una cosa però  dava veramente fastidio ai farisei e sadducei, e cioè la sua concezione spirituale del messianismo: un messianismo con elementi ‘comunisti’, dove il beato è il povero ed il ricco rischia di dannarsi, messianismo per di più spirituale anziché politico come gli ebrei avrebbero voluto.
Egli concepiva infatti il Regno di Dio come avvento dei poveri, ed egli si sentiva in sostanza come un ‘Capo democratico’ che sente vivere in sé l’anima della moltitudine.

Egli parlava spesso della necessità della conversione dei gentili perché questo era, per i giudei, uno dei ‘segni’ più certi della venuta del Messia.
Persa la fede giudaica, Gesù si convinse di essere proprio lui il Messia e che sarebbe venuto dopo la morte per fare giustizia dei suoi ‘nemici’.
L’idea della incarnazione è poi una assurdità. È una invenzione dell’evangelista Giovanni.
E anche lo Spirito Santo è un’altra invenzione, con quella sua teoria metafisica del Verbo.
Il profeta Daniele fu un esaltato, per giunta apocrifo, e tutte le grandi cose dei vangeli nascono da delle leggende.
I miracoli furono tutta una invenzione di ciarlataneria dei discepoli  e degli scrittori successivi e gli indemoniati erano solo dei malati mentali.
Gesù predicò principalmente l’imminente avvento del Regno di Dio, in terra, come ‘profetizzato’ nell’Apocalisse di San Giovanni, ma quando ci si avvide che questo Regno tardava a venire, l’Apocalisse venne accantonata dai preti, messa in seconda linea e considerata inintelleggibile o reinterpretata salvo dare spunto ai ‘millenaristi’, poveri ritardatari ancora attaccati alle speranze dei primi discepoli.

La Trinità e l’Incarnazione sono frutto non della dottrina di Gesù ma di rielaborazioni successive, mentre l’Eucarestia è solo un simbolo.
La morale esaltata di Gesù, espressa in linguaggio iperbolico e tremendamente energico, staccava l’uomo dalla terra e ne spezzava la vita introducendo nel mondo un fatale germe di teocrazia.
Di fronte alle esagerazioni delle massime morali del vangelo il buon senso si ribella, lo stesso clero suggerisce di metterle un poco in disparte perché una vera vita evangelica non si può condurre nella società. È il monaco asceta il vero cristiano.
L’immenso progresso morale dovuto al vangelo deriva però dalle sue esagerazioni, perché per ottenere poco bisogna chiedere molto.
Il vangelo esaltò le forze ‘divine’ che sono nell’uomo, fu un monumento innalzato alla potenza della sua volontà.

La morte si presentò a Gesù come un sacrificio destinato a placare suo Padre e a salvare gli uomini. Un amore singolare di persecuzione e di supplizi lo invasava, il proprio sangue gli pareva l’acqua di un secondo battesimo in cui doveva bagnarsi e sembrava posseduto dalla frenesia di andare incontro a quel battesimo che poteva spegnere la sua sete.
Trascinato dal suo spaventoso crescere di entusiasmo, conseguenza di una predicazione sempre più esaltata, si sarebbe detto che la ragione vacillasse in lui. La sua opera non era più razionale,  ed egli esigeva allora imperiosamente la ‘fede’.
La situazione divenne troppo tesa ed era tempo che la morte – sottraendolo all’impossibilità di una via senza uscita – venisse a scioglierla, a liberarlo da una prova protratta troppo a lungo e ad introdurlo nella serenità celeste…’

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Loisy (da ‘Le origini del Cristianesimo’ – Giulio Einaudi Editore, 1994):

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‘Le congetture di chi cerca di spiegare il cristianesimo anche considerando mai esistita la persona storica di Gesù sono quanto mai fragili. Per costoro la tesi della non esistenza di Gesù, quando non procede da una intenzione polemica, confessata o abilmente velata, fa parte di un sistema filosofico
Checchè sia stato detto, non c’è documento cristiano delle origini che non implichi la storicità di Gesù.
Se si volesse sostituire Gesù con un mito la critica si impegnerebbe in una via senza uscita e in sottigliezze senza fine. Nondimeno  è vero che Gesù è vissuto nel mito e che il mito lo ha innalzato ai fastigi della storia.

C’è chi ha visto nel Cristo un mito solare, chi una creazione dell’allegorismo alessandrino, chi ancora un mito precristiano di Jahvè sofferente trasformato in religione vivente, con crocifissione fittizia di un individuo rappresentante la parte del dio, immagine questa che avrebbe dato origine al cristianesimo.
Queste ipotesi sono tutte campate in aria  anche se la parte del mito nella tradizione cristiana che concerne Gesù è indiscutibile e il fatto cristiano in sé non è un mito, ma il mito cristiano di Gesù-Dio si è formato progressivamente nel cristianesimo stesso.
Il mito cristiano della salvezza è stato originariamente iniziato e provocato in qualche modo da Gesù ma è stato elaborato dal cristianesimo primitivo.
Il racconto evangelico di Matteo, si fonderebbe su Marco, con l’aggiunta di finzioni secondarie, apologetiche quando non romanzesche.

I racconti relativi alla nascita di Gesù appartengono al genere delle finzioni mitiche e furono elaborati consapevolmente in correlazione ai testi profetici per farli combaciare.
L’interesse speciale di questo vangelo ed il credito di cui godette nei primordi dipende dai discorsi attribuiti a Gesù, che però sono un complesso di insegnamenti giudeo-cristiani che, nell’insieme, recano il segno della loro origine ebraica, adattata allo spirito del cristianesimo universale.
D’altra parte le stesse fonti del Cristianesimo, vangeli, epistole, etc. lasciano in parte dubbi sulla loro titolarità ed autenticità.
Inoltre non furono documenti ‘storici’ nel senso rigoroso che noi intendiamo ma scritti per servire alla fede dei cristiani.

Per lo storico disinteressato il vero problema non è quello di sapere se Gesù sia esistito o meno, bensì quello di determinare quali siano stati, nella realtà effettiva, la sua azione e il suo insegnamento e come abbiano preparato il movimento nato da lui.
Le speranze andate deluse dell’avvento di un Regno messianico che avrebbe distrutto i nemici, e la riduzione della Giudea a provincia romana, avrebbero indotto una piccola parte  di israeliti  ad una progressiva ‘spiritualizzazione’ della loro speranza per opera del vangelo.
La nascita di Giovanni Battista letta nel Vangelo di Luca è una finzione, come pure la testimonianza che Giovanni rese al Giordano a Gesù di essere il Messia atteso.
In realtà il cristianesimo sarebbe una derivazione dalla setta di Giovanni Battista, fu una finzione dei discepoli concepita per dissimulare la dipendenza di Gesù dalla setta di Giovanni.

Sono miti la sua presenza a Cafarnao, come la sua nascita a Betlemme e la sua discendenza da Davide, escogitate per farlo discendere dalla stirpe di Davide affinchè si potessero considerare adempite alcune profezie.
La tradizione lo avrebbe poi fatto vivere a Nazareth per spiegare così il suo nome di Nazoreo, che è il nome di una setta senza rapporto con la città di Nazareth.
Leggenda pure la prigionia di Giovanni Battista mentre il racconto del battesimo di Giovanni al Giordano non è altro che il mito del successivo battesimo cristiano.
Mitico il racconto della tentazione del demonio nel deserto.
Pure i miracoli sono un mito, anzi simboli dell’opera spirituale compiuta da Cristo.

Gesù fu un predicatore ambulante, un predicatore esorcista.
La tradizione narra come egli frequentasse piccole città, mai ad esempio la grande città di Tiberiade, perché l’ambiente profano non gli conveniva. Frequentava invece gente umile e credulona.
Il celebre ‘Discorso della Montagna’, con tutte quelle folle, è una esagerazione dovuta alla devozione, mentre le sentenze e i passi didattici del discorso sono un insieme di citazioni originariamente distinte ma in realtà mai pronunciate in quella maniera.
Il suo insegnamento non fu mai raccolto dai discepoli che, nell’attesa imminente del Regno di Dio, non si preoccupavano di fissare alcunchè per iscritto. Solo dopo vennero messi insiemi gli scritti che ora noi chiamiamo ‘vangeli’.
I vangeli contengono più gli elementi delle primitive catechesi cristiane che gli insegnamenti realmente impartiti da Gesù in Galilea e a Gerusalemme.
Gli venne costituito un insegnamento come gli fu costituita una leggenda attingendo a molteplici fonti.

Le parole di Gesù morente: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’ sono state prese dal salmo XXII, mentre le invettive contro i farisei potrebbero essere anche di un ‘profeta’ cristiano.
Gesù aveva dei fratelli, enumerati e ricordati per nome dai vangeli che li definiscono tali.
Egli insegnava che il Regno di Dio doveva venire subito e predicava, se non la fine del mondo, per lo meno la fine dell’era presente, la fine del regno di Satana e delle potenze infernali, l’avvento del regno di Dio, la resurrezione dei morti e il grande giudizio finale.
Gesù fu un mistico filantropo per il quale il Regno  di Dio sarebbe stato qualcosa d’ordine essenzialmente morale e interiore: la presenza di Dio nelle anime.
Anche la nozione di ‘Figlio dell’uomo’ è mitica, anteriore alla tradizione evangelica, utilizzata da altri profeti precedenti.
Gesù non volle presentarsi come un moralista o un saggio, e neppure come un semplice profeta, ma come un inviato di Dio, e questo spiega la fine che fece a Gerusalemme.

Gesù non sapeva che sarebbe andato incontro alla morte ed era convinto che avrebbe instaurato il suo Regno, era fiducioso nella potenza di Dio.
L’invettiva contro i farisei, pronunciata a Gerusalemme, non appare più autentica del suo discorso profetico sulla fine del mondo. Non si può infatti neanche pensare che egli potesse insegnare nel Tempio senza essere seriamente perseguitato.
Il racconto dell’ultima cena è in correlazione col significato mistico della cena, pasqua cristiana e commemorazione della morte di Cristo.
Il tradimento di Giuda ne costituisce un elemento accessorio di dubbia realtà ideato forse per ottenere una amplificazione mitica del supplizio di Gesù.
Lo sgomento per la cattura e il supplizio ha suggerito l’idea di raccontare la presunta fuga degli apostoli, mentre il tradimento di Pietro è stato suggerito probabilmente dai seguaci di Paolo per sminuire  il capo degli apostoli galilei.

Il preannuncio della resurrezione, fu inventato per preparare all’idea del successivo racconto del sepolcro vuoto.
Il racconto della cattura e del processo di Gesù non sono fatti reali ma sono una drammatizzazione liturgica ed un racconto apologetico.
Anche la storia della sentenza di Pilato è una fantasmagoria giudiziaria. L’unico fatto sicuro è la crocifissione di Gesù.
Il cristianesimo è nato nella storia ma ha scritto la sua storia molto tardi, la relazione del processo è stata così elaborata per fare cadere tutta la colpa della condanna di Gesù sui giudei.
L’episodio di Barabba è una finzione che anche qui ha lo scopo di riversare sugli ebrei la responsabilità della condanna rifiutando la grazia di cui Pilato voleva far beneficiare Gesù.
Gli episodi di Simone il Cireneo, il vino aromatizzato, la spartizione delle vesti, le ingiurie, le parole di Gesù sulla croce, le tenebre, il velo squarciato, il terremoto, i morti che resuscitano hanno un valore simbolico.
Il vangelo di Giovanni che conduce ai piedi della croce la Madre e il discepolo prediletto è un’altra finzione, perché in realtà la verità fu un’altra: Gesù fu processato sommariamente, sommariamente giustiziato, morì fra i tormenti senza altri testimoni che i suoi carnefici.

Anche il racconto sulla sepoltura e sull’inumazione è tutta una finzione, come pure la scoperta della tomba vuota.
In breve la prospettiva  dei Vangeli e degli Atti è simbolica e, sotto l’aspetto storico, radicalmente falsa.
Le visioni di Gesù risorto furono visioni di suggestione procurate dalla ‘fede’, e furono ‘aggiustate’ allo scopo di presentare come fatto storico, quella che fu semplicemente una credenza.
La fede religiosa non è altro che uno sforzo dello spirito, immaginazione, intelligenza, volontà per infrangere il quadro naturale dell’esistenza.
Fu la fede dei discepoli in tutte queste cose che fondò la religione di Gesù…’

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Bultmann (da ‘Nuovo Testamento e mitologia’ – Queriniana Brescia, 1973):

‘Con il concetto di ‘mito’ si intende riferirsi al racconto di un fatto o di un evento in cui intervengono forze o persone soprannaturali, sovrumane. Il ‘pensiero mitico’ è il concetto opposto a quello di ‘pensiero scientifico’…
Il pensiero mitico attribuisce certi fenomeni ed eventi a potenze soprannaturali, ‘divine’, mentre il pensiero scientifico è quello che ha a che fare con il nesso di causa ed effetto…
La differenza fra il pensiero mitico e quello scientifico è che quest’ultimo non ricerca l’origine del mondo, come fa quello mitico,  in una potenza o divinità extraumana.
Per il pensiero mitico il ‘mondo’ e quanto vi avviene, come pure la vita personale dell’uomo,  sono ‘aperti’ all’intervento delle forze dell’aldilà.
Per il pensiero scientifico, il mondo è invece chiuso all’intervento di potenze ‘non mondane’.

Il mito è dunque l’espressione d’un preciso modo di comprendere l’esistenza umana, situata in una realtà del mondo diversa da quella considerata dalla scienza.
La demitizzazione vuol mettere in risalto l’autentica intenzione del mito, e cioè quella di parlare della esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza non mondana dell’aldilà.
La demitizzazione è una critica all’immagine del mondo propria del mito.
La demitizzazione degli scritti biblici è pertanto una critica dell’immagine mitologica del mondo che è propria della Bibbia.
Il pensiero scientifico distrugge l’immagine mitologica del mondo che risulta dalla Bibbia e nel conflitto fra pensiero mitico e pensiero scientifico la vittoria è per quest’ultimo.
La critica demitizzante che investe la letteratura biblica non consiste nell’eliminare i passi di carattere ‘mitologico’, bensì nell’interpretarli  per coglierne esattamente il senso. Il mito parla quindi di una realtà ma lo fa in forma inadeguata.

La realtà è invece quella del mondo delle scienze e della tecnica ed è demitizzante perché prescinde dalle forze soprannaturali.
La scienza della natura non ha bisogno dell’ipotesi ‘Dio’ poiché le forze che ne determinano gli eventi sono, per essa, immanenti. Analogamente essa elimina l’idea del miracolo come evento soprannaturale che interrompe il nesso causale dei fenomeni mondani.
Esperienza e conquista del mondo si sono talmente sviluppate in sede scientifica e tecnica  che nessun uomo può seriamente attenersi alla visione neotestamentaria del mondo.
Non può esistere una visione del mondo articolata in cielo, terra e inferi. Ascendere al cielo o discendere agli inferi non ha senso, come non hanno quindi senso l’ascensione di Gesù o la sua discesa agli inferi i cui racconti nel Vangelo si possono considerare ‘liquidati’, come pure l’attesa del Figlio dell’uomo sulle nubi e dei credenti rapiti nell’aria incontro a lui, e inoltre la credenza negli spiriti e nei demoni. Malattie e guarigioni hanno cause naturali, non dipendono dai demoni e da esorcismi fatti contro di essi.

Non ci si può servire della luce elettrica e della radio…e nello stesso tempo credere al mondo degli spiriti od ai miracoli propostici dal Nuovo Testamento. E così sono liquidati pure i miracoli.
La stessa ‘Parusia’ di Gesù Cristo viene ‘liquidata’ dal semplice fatto che non ha avuto luogo così prontamente come si attendeva il Nuovo Testamento.
E se il mondo finirà ciò avverrà per catastrofi naturali e non sotto la forma dell’evento mitico di cui parla il Nuovo Testamento.
L’uomo moderno, che vive nel mondo della scienza e della tecnica, non può comprendere – poiché egli conosce la colpa solo come atto di responsabilità – come, a seguito della colpa di un suo antenato, egli sia condannato ad essere schiavo di un destino di morte che invece è proprio di ogni essere vivente in natura. Il peccato originale è per lui un concetto immorale e insostenibile.

E come potrebbe mai un peccato essere espiato da un Innocente, cioè dal Figlio di Dio? Che razza di primitiva mitologia è quella di un ‘entità divina che si fa uomo e che espia con il suo sangue il peccato degli uomini?
E la stessa accettazione della morte in croce che valore ha se, tanto, Gesù Cristo sa di risorgere dopo tre giorni?
E la resurrezione? Ma come è possibile pensare di far rivivere fisicamente un morto?
È parimenti impossibile per l’uomo moderno accettare il concetto che dopo la propria morte l’io riceva delle vesti ‘celestiali’, quelle di un corpo spirituale.
Quella del parto della Vergine  è ancora  leggenda.
Se si vuol dare validità all’annuncio del Nuovo Testamento bisogna dunque demitizzarlo.

La indagine critica del Nuovo Testamento deve  servire non ad eliminare il mito quanto ad interpretarlo.
In quest’ottica è mitologia sia l’Apocalisse che la Redenzione.
Sepolcro vuoto e ascensione sono pure leggende.
E la stessa idea della croce, quella di un Dio che si fa uomo e vittima ed espia i peccati dell’uomo – l’idea insomma di questo sacrificio che libera l’uomo dalla morte spirituale – è inaccettabile.
La resurrezione di Cristo non è credibile e quindi non è certo un fatto storico, dunque il suo racconto va interpretato per il suo significato…’-

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  Vittorio Messori – il noto storico, scrittore e giornalista al quale non ha mai fatto difetto la chiarezza di idee – nel suo Pensare la storia’ (Ed. San Paolo, 1999) non ha nascosto la propria tagliente opinione sui nostri tre, liquidando Renan come: ‘prete mancato e scomunicato, idolo della borghesia positivista dell’ottocento che gli era grata e che infatti lo ricolmò di onori…’, scrivendo poi di Loisy: ‘…dal suo sogno di un cristianesimo rinnovato attraverso la lettura ‘scientifica’ della Bibbia, finisce, in vecchiaia, per rinnegare ‘tout court’ il Vangelo e vagheggiare un’indistinta ‘religione dell’Umanità’ di stampo massonico, attribuendo un carattere di ‘Chiesa’ nientemeno che all’impotente e un po’ grottesco carrozzone della Società delle Nazioni…’, ed infine paragonando Bultmann a certi studiosi ‘da tavolino’, di cui: ‘il caso più clamoroso è quello del veneratissimo maestro della ‘demitizzazione’ della Scrittura, il biblista tedesco Rudolf Bultmann. Il quale pretese di sezionare il testo del Nuovo Testamento (mettendone nel ghetto del ‘mito’ quasi tutti i versetti e proclamando che i vangeli non avevano nulla a che fare con la storia) senza mai, alla lettera, uscire dalla biblioteca dell’Università di Marburgo dove aveva la cattedra. E rifiutando sempre, sino all’ultimo, di recarsi in Israele: nel suo schema libresco, da professore teutonico, Bultmann aveva deciso una volta per tutte che nel Nuovo testamento non c’era nulla che avesse a che fare con la storia, che tutto era leggenda inaccettabile da un professore ‘moderno’ come lui. Perché dunque sprecare tempo andando a dare almeno un’occhiata ai luoghi dove gli oscuri redattori evangelici avevano ambientato il loro ‘mito’ di Gesù? Meglio stare fra i libri della sua biblioteca: chissà, oltretutto, che gli scavi di Palestina non potessero mettere in pericolo lo schema della ‘mitizzazione’ – con conseguente necessità di ‘demitizzare’ – grazie al quale era non solo preso sul serio ma ossequiatissimo dai colleghi di tutto il mondo? Cattolici compresi, s’intende, sempre in soggezione davanti ad un professore protestante e tedesco…’.

  Inutile da parte mia fare commenti perché dovrei scrivere qui altri sette libri sui Vangeli (vedi nota 2 in fondo), nei quali peraltro ho già provveduto – grazie all’aiuto chiarificatore delle visioni di vita apostolica e delle rivelazioni di Gesù alla mistica  Maria Valtorta – a confutare una per una – con argomenti estremamente razionali – tutte quelle illazioni che non hanno alcun fondamento se non una forma di ‘odio’ verso il Cristianesimo e le religioni in genere che i loro autori non riescono a dissimulare se non cercando di mascherarlo sotto la pretesa di una critica teologica ‘razionale’.
Credo che Gesù non avesse potuto non pensare a costoro, esponenti prestigiosi del razionalismo positivista e del modernismo, quando – dettando il 3 febbraio  1947 a Maria Valtorta il Commiato dall’Opera ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’  – aveva indicato (N.d.r.:le sottolineature in neretto sono le mie) le sette ragioni che lo avevano spinto ad illuminare alla mistica  gli episodi della sua vita e le sue parole,  dicendo in merito alla prima di esse: 3

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La ragione più profonda del dono di quest’opera, fra le molte altre che il mio portavoce conosce,  è che in questi tempi, nei quali il modernismo condannato dal mio S.Vicario Pio X si corrompe in sempre più dannose dottrine umane, la S. Chiesa, rappresentata dal mio Vicario, abbia materia di più a combattere coloro che negano:
la soprannaturalità dei dogmi;
la divinità del Cristo;
la verità del Cristo Dio e Uomo, reale e perfetto così nella fede come nella storia che di Lui è stata tramandata (Vangelo, Atti degli Apostoli, Epistole apostoliche, tradizione);
la dottrina di Paolo e Giovanni e dei Concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, e altri più recenti, come mia vera dottrina da Me verbalmente insegnata o ispirata;
la mia sapienza illimitata perché divina;
l’origine divina dei dogmi, dei sacramenti e della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica;
l’universalità e continuità, sino alla fine dei secoli, del Vangelo da Me dato per tutti gli uomini;
la natura, perfetta dall’inizio, della mia dottrina, che non si è formata quale è attraverso successive trasformazioni, ma tale è stata data: dottrina del Cristo, del tempo di Grazia, del Regno dei Cieli e del Regno di Dio in voi, divina, perfetta, immutabile, Buona Novella per tutti i sitibondi  di Dio.
Al Dragone rosso con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste, che con la coda trae dietro la terza parte delle stelle del cielo e le fa precipitare – e in verità vi dico che esse precipitano ancor più in basso che sulla terra – e che perseguita la donna; alle bestie del mare e della terra che molti, troppi adorano, sedotti come sono dai loro aspetti e prodigi, opponete il mio Angelo volante nel mezzo del cielo tenendo il Vangelo eterno ben aperto anche sulle pagine sin qui chiuse, perché gli uomini possano salvarsi per la sua luce dalle spire del gran Serpente dalle sette fauci, che li vuole affogare nelle sue tenebre, ed al mio ritorno Io ritrovi ancora la fede e la carità nel cuore dei perseveranti e siano questi numerosi più di quanto l’opera di Satana e degli uomini non danno a sperare che possano essere.

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                                                                                                               (continua)

1 La presente trattazione è un testo  rielaborato ed aggiornato dall’autore tratto dalla sua opera: ‘I Vangeli di Matteo, Marco, Luca e del ‘piccolo Giovanni’ – Vol. II, Introduzione – Ed. Segno. L’opera è liberamente scaricabile dal Sito internet dell’autore www.ilcatecumeno.net

2 Dell’autore –  nella Sezione Opere del suo sito: www.ilcatecumeno.net – vedi in particolare i sette volumi dedicati ai commenti sul Vangelo di Giovanni e su quelli di Matteo, Marco e Luca. Le opere complete sono liberamente scaricabili.
3 M.V L’Evangelo come mi è stato rivelato – Cap. 652 – Centro Ed. Valtortiano, 2001

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