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30/10/2014 

 

  

Il Consiglio permanente della Cei

(©LaPresse)

(©LAPRESSE) IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI

Seconda puntata dell'inchiesta sul dopo Sinodo. Lo storico Riccardi: «Si è usciti da un modello di rapporto con la società e ora bisogna cercarne uno nuovo. C'è il tentativo di chiudere il discorso di fronte alla novità del pontificato affermando: "Queste cose noi le abbiamo sempre fatte!"»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Il confronto tra le anime che sono emerse al Sinodo straordinario sulla famiglia, o per usare le parole del direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro, tra le «due diverse visioni del rapporto tra la Chiesa e la storia», è una questione che interessa l’Italia molto da vicino. Ai lavori ha partecipato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, non certo iscrivibile al gruppo aperturista, mentre un altro arcivescovo italiano, Bruno Forte, segretario speciale dell’assemblea e coordinatore del gruppo che ha redatto sia il controverso documento di metà percorso e sia quello finale, è stato indicato come uno dei protagonisti del cambiamento. Il Sinodo si è concluso mettendo nero su bianco, votato da oltre i due terzi dei padri, un paragrafo con significative aperture pastorali verso i divorziati risposati e i conviventi. E il Papa nel suo discorso finale ha ricordato che la Chiesa «non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani» e ha «le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti».

«Il Sinodo ha dimostrato – spiega a La Stampa l’arcivescovo di Ancona Edoardo Menichelli, padre sinodale – che la Chiesa guarda con attenzione e con un pudore pastorale alle tante ferite che la famiglia sopporta, al suo interno e nella debolezza del contesto sociale. Serve vicinanza che consenta a queste persone di non sentirsi sole e abbandonate. Siamo chiamati a servire la verità che è intoccabile e a far risplendere la misericordia che Dio ci ha donato».
Questo approccio di vicinanza e misericordia, che già appartiene al vissuto di molte comunità, viene percepito da alcuni come un cedimento alla dottrina. La settimana scorsa tre dei quattro vescovi del Friuli Venezia Giulia – l’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzocato, e i pastori di Trieste e Pordenone – hanno pubblicato un appello che critica le registrazioni delle unioni gay da parte dei sindaci. Al documento mancava la firma dell’arcivescovo di Gorizia Carlo Redaelli, assenza ufficialmente motivata dal fatto che in quella città non sono avvenute le registrazioni comunali: nel 2012 la giunta Provinciale aveva sollecitato il Parlamento ad approvare una legge sulle unioni gay, e in quella occasione la curia goriziana era intervenuta. Successivamente in Provincia sono state simbolicamente «celebrate» unioni tra persone dello stesso sesso.
 

I tre vescovi hanno dedicato la prima parte del loro messaggio ai contenuti sinodali. Hanno parlato delle «splendide famiglie cristiane» che «si conservano indissolubilmente fedeli e aperte a generare nuove creature», aggiungendo: «Queste famiglie ci impegneremo ad amare e a sostenere in ogni modo». Colpisce, nel testo, la specificazione dell’impegno ad «amare» le famiglie considerate in regola dalla Chiesa, senza alcun accenno alle tantissime famiglie «ferite» da separazioni e divorzi, e all’accompagnamento delle ormai sempre più numerose coppie di fatto.

 
A quasi otto anni dall’uscita di scena del cardinale Camillo Ruini, per quattro lustri protagonista indiscusso della vita ecclesiale e politica italiana, il modello ruiniano di una Chiesa interventista, particolarmente concentrata su alcuni temi bioetici, che cerca di garantirsi spazi di influenza nelle questioni legislative e che ha resistito fino al 2013, viene ora messo in discussione. Anche a motivo dell’approccio di Francesco. Un Papa presentato oggi da certi ambienti clericali e mediatici italiani come troppo «latinoamericano»: un modo per chiuderlo in un ghetto inesistente, come dimostra la presa che invece ha il suo magistero in ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti alla Corea. Anche nel nostro Paese le parole del Papa vengono accolte e comprese dalla gente senza bisogno di alcuna «traduzione» e a essere spaesati sembrano piuttosto quei circoli intellettuali che negli ultimi decenni si erano attribuiti il ruolo di mosche cocchiere della presenza pubblica dei cattolici italiani.
 

«La Chiesa in Italia è uscita da un modello di rapporto con la società – ci dice lo storico Andrea Riccardi – e ora attraversa un momento di incertezza e di ricerca di nuovi modelli. Non ho la percezione che sui temi del Sinodo quella italiana sia un Chiesa che oppone resistenze, ma l’incertezza sì, la constato. E magari anche c’è il tentativo di chiudere il discorso di fronte alla novità del pontificato affermando: “Queste cose noi le abbiamo sempre fatte!”». Riccardi conclude che la difficoltà nel sintonizzarsi con il nuovo Papa «sta nel fatto che si tratta di cambiare molto. Non la dottrina, ma l’approccio pastorale e il linguaggio. Dopo il Sinodo non si potrà più parlare di famiglia come si faceva prima». 
 

In effetti, nel giorno della cerimonia mediatica organizzata dal sindaco Ignazio Marino in Campidoglio per la registrazione delle coppie omosessuali, avvenuta proprio poche ore prima della votazione finale del Sinodo, la Cei aveva dichiarato «non accettabile» l’«arbitraria presunzione» messa «in scena proprio a Roma». Ma aveva aggiunto con una significativa novità di accento: «L’augurio è che il rispetto delle persone individuali sia sempre salvaguardato nelle loro legittime attese e nei loro bisogni, senza mai prevaricare il dato della famiglia».

E non va dimenticato che a margine del Sinodo due prelati italiani, il presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione Rino Fisichella, e lo stesso arcivescovo Forte, si erano espressi in modo possibilista circa il riconoscimento di diritti ai gay purché ciò non comporti l’equiparazione al matrimonio: «La Chiesa si oppone all’equiparazione fra il matrimonio e le unioni omosessuali, al tempo stesso accoglie le persone e non le discrimina», aveva detto Forte. «Il Parlamento discuta… non si creino situazioni di discriminazione per nessuno», aveva dichiarato Fisichella. (2/continua).

 

Qui la prima puntata dell'inchiesta

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